Caponio: “L’Italia produce oli di grandissima qualità, ma è sbagliato dire che tutti gli oli esteri sono inferiori ai nostri”

La Puglia è una regione a vocazione agricola e tra le sue eccellenze ci sono molti prodotti agricoli come le ciliegie o l’olio. Quest’ultimo è sempre stata un ‘eccellenza, riconosciuto a livello nazionale ed anche internazionale. Negli ultimi anni però la concorrenza di oli prodotti da altre nazioni, Grecia, Spagna, Tunisia, ha creato problemi economici ai nostri produttori. In molti casi si è anche venduto per olio italiano un prodotto di altre nazioni o, peggio, olio spacciato per extravergine pur non avendone le caratteristiche e le qualità.
Recentemente uno studio condotto dalla dottoressa Cinzia Montemurro, genetista agraria, ha permesso, attraverso un’indagine genetica sui residui di cellule, chiamati microsatelliti, di smascherare le etichette ingannevoli cioè quelle etichette che dichiaravano un prodotto diverso da quello contenuto in bottiglia.
In sintesi la Montemurro, con la sua ricerca, è riuscita a ricostruire quali varietà di olive fossero presenti nell’olio ed in alcuni casi si sono trovate delle incongruenze tra il prodotto e l’ etichetta.
Giuseppe Caponio, nostro concittadino, diplomato presso Istituto tecnico commerciale e agente in affari di mediazione prodotti agricoli e derivati dal 1990, assaggiatore di I e II livello di olio, ci aiuta a capire qual è l’attuale situazione e che futuro attende il nostro olio.

Come si prospetta la prossima campagna olearia dal punto di vista dei prezzi delle olive e dell’olio? Com’è la qualità delle olive quest’anno?

La nuova campagna si presenta abbastanza complicata dal punto di vista commerciale. Le aspettative dei produttori italiani sui prezzi rimangono elevate, ma bisogna fare i conti con un mercato internazionale dove la disponibilità di olio, soprattutto di provenienza estera, può esercitare una forte pressione sulle quotazioni.

Per quanto riguarda le olive, la situazione varia molto da zona a zona. In alcune aree le prospettive sono buone, mentre in altre le condizioni climatiche hanno inciso sulle quantità e sulle rese.

Dal punto di vista qualitativo, le prime indicazioni possono essere positive, ma bisognerà aspettare che la raccolta entri nel vivo per avere un quadro preciso.

Sui prezzi, personalmente, credo che molto dipenderà anche dalla disponibilità dei produttori a confrontarsi con le reali condizioni del mercato. Un prezzo troppo elevato rischia di rallentare le vendite, soprattutto quando gli oli esteri vengono offerti a quotazioni sensibilmente inferiori.

L’anno scorso il prezzo è stato alto sia per le olive sia per l’olio. Si è riusciti a venderlo tutto oppure una parte è rimasta invenduta?

Una buona parte dell’olio italiano è rimasta invenduta, come possiamo osservare sul sito del Ministero delle politiche agricole e forestali nella sezione del ICQRF , le giacenze al 30 settembre 2026 sono di 73.775.000 kg. circa, contro i 23.127.000 kg. circa del 2025 e questo è un dato sul quale bisogna riflettere.

In molti casi i produttori hanno preferito conservare il prodotto piuttosto che venderlo a prezzi inferiori alle proprie aspettative. È una scelta comprensibile, soprattutto considerando i costi di produzione, ma che comporta dei rischi.

L’olio, infatti, non migliora con il passare del tempo. Anche quando viene conservato correttamente, perde progressivamente parte delle sue caratteristiche di freschezza e, con l’arrivo della nuova campagna, diventa più difficile collocare il prodotto dell’annata precedente.

Come agente in affari di mediazione vedo quotidianamente questa difficoltà: da una parte produttori che chiedono determinati prezzi, dall’altra acquirenti che non sono disposti a riconoscerli perché trovano alternative più convenienti.

Quando domanda e offerta non si incontrano, le trattative si fermano e il prodotto rimane nei depositi.

Gli oli di altre nazioni, Tunisia, Grecia e Spagna, sono concorrenziali solo nel prezzo oppure anche dal punto di vista qualitativo non raggiungono l’olio italiano?

Bisogna essere obiettivi. L’Italia produce oli di grandissima qualità, ma sarebbe sbagliato affermare che tutti gli oli esteri siano inferiori ai nostri.

Ci sono oli spagnoli, greci e tunisini di ottimo livello, così come ci sono differenze qualitative importanti anche tra gli oli italiani.

È vero, però, che alcune nostre produzioni, soprattutto quelle legate a determinate cultivar e territori, hanno caratteristiche organolettiche particolari e molto apprezzate.

Il problema principale è il prezzo. Quando un olio italiano viene offerto a quotazioni molto superiori rispetto a un olio estero di qualità comparabile, per un confezionatore diventa difficile giustificare commercialmente quella differenza.

L’origine italiana rappresenta certamente un valore aggiunto, ma questo valore deve essere riconosciuto dal consumatore finale. Altrimenti il mercato tende inevitabilmente a orientarsi verso prodotti più convenienti.

Se prezzo e qualità sono concorrenziali in questo periodo di crisi, il consumatore italiano ha il diritto di spendere pensando anche al proprio portafoglio?

Certamente. Non possiamo pretendere che una famiglia italiana, soprattutto in un periodo di difficoltà economica, acquisti necessariamente un olio a un prezzo elevato soltanto perché è italiano.

Il consumatore ha il diritto di scegliere in base alle proprie possibilità economiche.

Naturalmente sarebbe auspicabile che venisse riconosciuto il valore delle nostre produzioni, perché dietro una bottiglia di olio italiano ci sono agricoltori, frantoi, territori e costi di produzione spesso molto importanti.

Ma dobbiamo anche essere realistici: se sullo scaffale un extravergine italiano costa sensibilmente più di un extravergine comunitario, molte famiglie sceglieranno il secondo.

Questo non significa necessariamente rinunciare alla qualità.

Il nostro compito è valorizzare l’olio italiano, spiegandone le caratteristiche e le differenze, senza però far sentire il consumatore obbligato a spendere più di quanto possa permettersi.

Si parla molte volte di olio italiano tagliato con olio di altre nazioni. A te risulta?

Bisogna distinguere bene le cose. La miscelazione di oli provenienti da Paesi diversi è una pratica assolutamente legale, purché l’origine venga dichiarata correttamente. Se invece un olio viene venduto come 100% italiano pur contenendo olio estero, allora si tratta di una frode. Come agente in affari di mediazione posso dire che sul mercato esistono differenze di prezzo anche molto importanti tra l’olio italiano e quello di altre provenienze. È evidente che queste differenze possono rappresentare un incentivo economico per chi intende operare in maniera disonesta.

Questo però non significa che si debba generalizzare o sospettare di tutti gli operatori.

La maggior parte delle aziende serie lavora rispettando le regole, con sistemi di tracciabilità e controlli sulle materie prime.

Chi dichiara un’origine italiana deve poterla dimostrare documentalmente attraverso tutta la filiera.

 In alcuni casi si parla di olio extravergine miscelato con altri oli vegetali. Cosa spinge un imprenditore a compiere queste sofisticazioni? La possibilità di avere più olio a disposizione oppure di venderlo alla grande distribuzione, penso agli oli spacciati per extravergine e venduti a tre euro sulle autostrade?

La motivazione principale, a mio avviso, è il guadagno economico.

Gli oli vegetali di altra natura, come alcuni oli di semi, hanno generalmente costi molto inferiori rispetto all’olio extravergine di oliva.

Chi li utilizza fraudolentemente per poi vendere il prodotto come extravergine cerca di ridurre il costo della materia prima e aumentare il proprio margine di guadagno, oppure di praticare prezzi che altrimenti non riuscirebbe a sostenere.

Si tratta di una concorrenza sleale gravissima, perché danneggia non soltanto il consumatore, ma anche gli agricoltori, i frantoi e gli operatori commerciali onesti.

Vorrei però precisare che non bisogna associare automaticamente un prezzo basso a una sofisticazione.

Nel nostro settore i prezzi possono variare molto in funzione delle annate, delle origini, della disponibilità di prodotto e delle condizioni commerciali.

Per questo sono fondamentali i controlli, le analisi e la tracciabilità.

Chi opera correttamente non deve temere i controlli, anzi dovrebbe essere il primo a richiederli, perché le frodi danneggiano la credibilità dell’intero settore.

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