“Entro il 2050 i decessi legati all’antibiotico-resistenza potrebbero raggiungere quelli causati dal cancro”. L’intervista alla ricercatrice Loredana Capozzi

Nel film diretto da Steven Spielberg “ La guerra dei mondi” si assiste alla sconfitta di enormi mostri extra terrestri grazie all’intervento dei batteri. L’infinitamente piccolo che sconfigge l’infinitamente grande.

In questi anni stiamo assistendo ad una nuova vittoria dei microbi, ma questa volta ad essere sconfitti non saranno impressionanti mostri alieni ma noi essere umani. Il nemico è l’antibiotico resistenza (AMR); per capirne la portata basti pensare che nel 2050 i morti di neoplasie e i morti per cause dovute all’AMR nel mondo avranno gli stessi numeri. 

Ma cos’è l’antibiotico resistenza ?

L’AMR è quel fenomeno che si verifica quando gli antibiotici, farmaci usati per contrastare malattie causate da batteri, smettono di essere efficaci o perché  alcuni batteri sono resistenti per natura a specifici antibiotici, oppure  lo diventano grazie a mutazioni del DNA.

Nel mondo si fa un largo uso di antibiotici, basti pensare all’uso che viene fatto in veterinaria, zootecnia e agricoltura oltre a quello in umana e tale abuso continuo degli antibiotici favorisce l’emergere, la moltiplicazione e la diffusione dei ceppi resistenti. Inoltre, la comparsa di patogeni resistenti contemporaneamente a più antibiotici (multidrug-resistance) riduce ulteriormente la possibilità di un trattamento efficace. 

L’antibiotico resistenza passa anche dalla tavola. Di questo argomento si è occupato un recente progetto di ricerca dal titolo: “Valutazione del rischio Patogeni AMR in alimenti RTE”.

In questo lavoro presentato dall’IZS di Puglia e Basilicata con la dottoressa Loredana Capozzi,  ricercatrice presso l’IZSPB a Putignano, responsabile scientifico del progetto, si sono valutati i rischi legati all’ utilizzo di prodotti RTE (ready to eat), prodotti pronti al consumo.

Alla luce del suo lavoro che valutazioni si sente di fare sull’ AMR?
Spesso pensiamo che la resistenza ai farmaci sia un problema confinato solo agli ospedali, ma il nostro lavoro sul campo dimostra il  contrario: i batteri resistenti circolano liberamente nell’ambiente e lungo la filiera alimentare.
Questo sottolinea come non possiamo più curare la salute umana separandola da quella degli animali e dell’ambiente. Secondo l’approccio “One Health”: siamo tutti parte dello stesso ecosistema. Se facciamo un uso scorretto o abuso di antibiotici negli allevamenti o in medicina, i residui di farmaci finiscono nelle acque reflue, nei terreni e nell’ambiente. Questo porta alla circolazione e selezione di batteri “super-resistenti” che possono ritornare all’uomo anche attraverso il cibo.

Cosa rischia l’uomo se non interviene per contrastare l’ AMR?
Il rischio è quello di tornare in condizioni simili a quelle dell’era pre-antibiotica, in cui anche la più banale infezione batterica risultava potenzialmente fatale, perché la perdita di efficacia delle terapie ci disarma nella gestione delle malattie infettive. Se non si interviene subito per limitare l’uso dei farmaci e monitorare la diffusione dei batteri resistenti, anche ferite superficiali o piccoli interventi chirurgici di routine  rischiano di diventare pericolosi perché non avremo più antibiotici efficaci per proteggere i pazienti dalle infezioni. Le proiezioni scientifiche stimano che, senza interventi coordinati, entro il 2050 i decessi legati all’antibiotico-resistenza raggiungeranno quelli causati dal cancro, arrivando a 10 milioni di morti all’anno nel mondo.

Senza creare falsi allarmismi, i cibi RTE possono essere pericolosi? Che agenti patogeni resistenti avete trovato?
È fondamentale chiarire che mangiare questi alimenti non significa ammalarsi. 
La criticità dei prodotti ready-to-eat risiede nel fatto che, per loro natura, non vengono cotti prima di essere consumati. Questo significa che se in questi alimenti ci sono batteri resistenti, ingerendoli ne verremo direttamente a contatto. Nella maggior parte dei casi questi batteri non recheranno danno alcuno al consumatore, ma una volta giunti nel nostro intestino possono trasferire i meccanismi di resistenza agli antibiotici ai batteri che compongono il nostro microbiota.
Nel nostro studio abbiamo isolato alcuni ceppi di specie molto diffuse che si sono rivelati quasi identici tra loro geneticamente, anche se isolati in matrici alimentari diverse. Questo potrebbe indicare che a volte la contaminazione avviene all’inizio della filiera e potrebbe aiutarci ad individuare dove sono i punti deboli del processo di produzione.

Nella relazione finale del progetto, nelle conclusioni, parlate di una scarsa eterogeneità tra le matrici campionate. State pensando ad un progetto più strutturato?
Nel nostro progetto più del 60% dei campioni analizzati apparteneva alla categoria “Latte e derivati”. Questo deriva dal fatto che non abbiamo strutturato un campionamento mirato al progetto e il nostro territorio è caratterizzato da una grande produzione casearia.
Tuttavia, per avere una mappa davvero completa e solida del rischio, l’indagine andrebbe ampliata con un campionamento piu eterogeneo. Al momento non abbiamo in programma uno studio su questo, ma prevediamo di poterlo approfondire in futuro.

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