“Qualche volta sarebbe opportuno leggere le parole di coloro che, nella storia, hanno sentito sulle spalle il tallone russo”

RUSSIA

I

Alla memoria del capitano Edward Herbert
Solo i bottoni irriducibili
testimoni del crimine hanno vinto la morte
risalgono dal fondo in superficie
unico monumento sulla loro tomba
Stanno a testimoniare Dio terrà i conti
e avrà pietà di loro
Ma come possono resuscitare i corpi
se sono parti di terra collose
Trasvolato è un uccello una nuvola fluttua
Cade una foglia la malva spunta
ed è silenzio lassù
e il bosco di Smolensk fumiga bruma
Solo i bottoni irriducibili
voce potente di silenti cori
solo i bottoni irriducibili
bottoni di cappotti e di uniformi

Qualche volta sarebbe opportuno leggere le parole di coloro che, nella storia, hanno sentito
sulle spalle il tallone russo.
Vaclav Havel, il drammaturgo e poeta diventato Presidente della Cecoslovacchia nel 1989,
diceva che la Russia non ha ancora deciso i suoi confini.
Zbigniew Herbert dedicò la sua poesia sui bottoni allo zio ucciso nell’eccidio di Katyn
dove, nel 1940, migliaia di ufficiali e soldati polacchi furono ammazzati con un colpo alla
nuca e sepolti in fosse comuni dalle truppe sovietiche: uno degli effetti della spartizione
della Polonia concordata il 23 agosto del 1939 tra l’Unione Sovietica e la Germania
nazista, nel patto Ribbentrop-Molotov.
Milan Kundera, in una commovente pagina del suo capolavoro, descrive lo smarrimento
dei protagonisti quando, dopo l’invasione sovietica del 1968, tornano nella piccola città termale, non lontana da Praga, dove circa sei anni prima avevano trascorso alcuni giorni
insieme: “Fermarono la macchina sulla piazza e scesero. Non era cambiato nulla. Di
fronte a loro c’era l’albergo dove erano stati e davanti all’albergo lo stesso vecchio tiglio
di allora. In effetti qualcosa era cambiato. Un tempo si chiamava Grand Hotel, ora invece
l’insegna diceva Bajkal. Guardarono la targa all’angolo dell’edificio: piazza Mosca.
Percorsero insieme tutte le strade che conoscevano e ne cercarono i nomi: c’era via
Stalingrado, via Leningrado, via Rostov, via Novosibirsk, via Kiev, via Odessa, c’era la
casa di cura Cajkovskij, la casa di cura Tolstoj, la casa di cura Rimskij Korsakov, c’era
l’albergo Suvorov, il cinema Gorkij e il caffè Puskin”. E qualche anno più tardi Kundera
avrebbe ancora più drammaticamente descritto gli effetti di quell’invasione: “a Praga non
sono scomparsi solo i diritti dell’uomo, la democrazia, la giustizia, ecc. Un’intera grande
cultura è oggi come un foglio di carta in fiamme dove scompare la poesia”.

II

Venezia, maggio 2026. Dopo gli anni del boicottaggio, alla Biennale di Venezia riapre il
Padiglione della Federazione Russa. Tutti i nomi degli altri padiglioni sono indicati con
precisione: l’Armenia è indicata come “Repubblica d’Armenia”, il Marocco come “Regno
del Marocco”. Sul padiglione della Federazione Russa campeggia solo il nome “Russia”:
azzerata la struttura federale, annientati i popoli e le repubbliche autonome inglobati
dall’imperialismo degli Zar e dell’Unione Sovietica.

III

“Mr. Nobody against Putin”, premiato lo scorso 15 marzo con l’Oscar nella categoria dei
documentari, è stato girato da Pavel Talankin all’interno di una scuola di Karabash nella
quale lavorava, prima di fuggire dalla Russia: Talankin, tra le altre mansioni, era incaricato
di riprendere alcuni momenti della vita scolastica. Un documento di straordinaria genuinità
documenta la trasformazione della scuola, nella Russia degli ultimi anni, che possiamo
vedere grazie al coraggio di questo semplice collaboratore scolastico. Scorrono davanti a
noi le immagini dell’alzabandiera e dell’inno nazionale che aprono la giornata, di bambini
che marciano come soldati (prima di sentir parlare della bellezza del martirio per la Patria),
di professori che svolgono lezioni e programmi rigidamente controllati dalle autorità
centrali (i più solerti ricevono un appartamento in premio). Alcune ore di lezione sono
tenute dai miliziani della Wagner, che parlano di gambe mutilate e di teste staccate da una bomba davanti a bambini disorientati. Molti di loro, diventati ragazzi, dopo il diploma partono da quella periferia estrema verso il fronte per tornarvi all’interno di una bara.
La sorella di uno di loro piange davanti alla tomba. Nessuno risponderà ai suoi perché:
Karabash e le sue fabbriche, che la rendono uno dei posti più inquinati del pianeta, sono
distanti dagli eleganti palazzi di Mosca e San Pietroburgo.

IV

Serse aveva svuotato di gente le contrade della Persia per espandere il suo dominio oltre il
grande Bosforo. Ma il limite della misura era stato superato dal re e dai Persiani che lo
avevano seguito: “essi che giunti all’Ellade non ebbero scrupolo di rapire i simulacri, di
incendiare i templi degli dèi. Abbattuti gli altari, scalzate dai piedistalli e rovesciate
furiosamente a terra le statue dei numi”. Certo un morbo della mente aveva soggiogato
Serse, incapace di capire che la dismisura genera sventure. Tutto il suo esercito fu distrutto.
Pochi di quei soldati rimasero in vita. Nella immaginazione di Eschilo (I persiani), l’ombra
di Dario, il rimpianto padre di Serse, il Re che “mai distrusse i suoi uomini in cieche
imprese annientatrici”, torna di sotterra a ricordarlo: “mucchi di cadaveri diranno con
muta testimonianza agli occhi dei mortali fino alla terza generazione che creatura votata
alla morte non deve pensare pensieri al di là della propria natura, ché Dismisura se
appieno fiorisce fruttifica in spiga di rovina, donde miete messe di pianto”. E Serse piange
alla fine il suo peccato di superbia.

V

Ma il Presidente della Federazione Russa forse non mai pianto in vita sua. I suoi ultimi
giorni, chissà, saranno diversi, da devoto cristiano qual è.
Sporco, con i vestiti laceri, quel vagabondo in Russia lo conoscono tutti. Lo jurodivyj è una
figura del folklore russo, è l’Innocente, il Folle di Dio. Gira senza una meta per le strade,
preso in giro dai bambini. Bofonchia storie incomprensibili ma sa cogliere le verità
nascoste e non ha paura di rivelarle. Nessuno, neppure il più potente ed il più spietato degli
uomini osa toccarlo, c’è qualcosa di divino in lui. Nel Boris Godunov di Musorgskij lo Zar
protagonista dell’opera, che cova il tormento dell’uccisione dell’erede al trono, incontra
l’Innocente nei pressi della chiesa moscovita di San Basilio, riconosce il Folle di Dio e gli
chiede di pregare per lui. Ma quel santo gli dice: “No Boris, no. Non si può pregare per lo
zar Erode, la Madonna non vuole”.

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