di Pino Pellicoro
Se perdiamo il senso del limite, perdiamo tutto.
Scrivo in merito al gravissimo episodio avvenuto sulla linea Roma–Viterbo, che ha coinvolto un ragazzo di 17 anni con una grave forma di autismo.
Ci sono episodi che non sono solo cronaca. Sono lo specchio di una società che abbiamo lasciato scivolare verso il peggio, giorno dopo giorno, scelta dopo scelta. L’aggressione avvenuta sulla Roma–Viterbo ne è la prova più dolorosa.
Un ragazzo di 17 anni, affetto da una forma severa di disturbo dello spettro autistico, è stato attirato con l’inganno al piano superiore di un treno da un gruppo di coetanei. Lì, utilizzando un gel igienizzante infiammabile presente sul convoglio e un accendino, hanno provocato una fiammata che lo ha investito in pieno.
La sua condizione lo rendeva particolarmente vulnerabile, facilmente manipolabile e incapace di percepire il pericolo delle azioni altrui. Non c’è stato alcun litigio, nessun diverbio: solo un gesto crudele nato dal vuoto educativo e dalla leggerezza trasformata in violenza.
Determinante è stato l’intervento di un agente di polizia fuori servizio, che ha spento le fiamme evitando conseguenze ben più gravi. Un singolo adulto presente. E questo dice tutto.
Ma episodi così non nascono dal nulla. Sono il frutto di un clima culturale che abbiamo tollerato troppo a lungo.
Da anni telegiornali e programmi televisivi riempiono le serate di cronaca nera, tragedie e risse. Non per informare, ma per fare ascolti. Quando la violenza diventa spettacolo, c’è sempre qualcuno che finisce per emularla.
Da anni i talk show hanno sostituito il confronto con l’urlo, l’analisi con l’insulto, la politica con il tifo. Se gli adulti in TV si comportano così, i ragazzi imparano che così si sta al mondo.
Da anni la politica non dà il buon esempio: troppo impegnata a inseguire consenso immediato, troppo poco a costruire una società più responsabile, più educata, più attenta ai fragili.
E da anni la logica del profitto ha sostituito quella dell’educazione. Quando tutto diventa mercato — informazione, politica, modelli culturali — il risultato è una comunità che non riconosce più i limiti, che non percepisce la gravità dei gesti, che non vede la vulnerabilità degli altri.
A questo si aggiunge un altro elemento che non possiamo ignorare: una parte dell’intrattenimento contemporaneo — film, serie, videogiochi — propone modelli basati sulla forza, sulla sopraffazione, sulla violenza come linguaggio normale. Non è un’accusa agli strumenti in sé, ma al modo in cui vengono consumati: senza educazione, senza filtri, senza adulti che aiutino a distinguere la finzione dalla realtà.
Quando un ragazzo cresce immerso in un ambiente dove la violenza è spettacolo, dove tutto è “sfida”, “livello”, “prova di coraggio”, il rischio di emulazione aumenta. E se a questo si sommano l’assenza di limiti, la mancanza di esempi adulti credibili e un clima sociale urlato, il risultato è una generazione che fatica a percepire la gravità dei gesti.
Il “dopo di noi” non è una paura astratta da parte di molti genitori con figli autistici. È la domanda che episodi come questo rendono ancora più urgente. Se una società non protegge i fragili mentre noi siamo qui, come potrà farlo quando non ci saremo più?
Questo episodio non è solo una ferita. È un richiamo. A rimettere al centro la dignità, la sicurezza e il rispetto delle persone più vulnerabili. A pretendere una politica che dia l’esempio. A chiedere un’informazione che educhi invece di avvelenare. A ricostruire una comunità adulta, responsabile, capace di proteggere.
Perché una società che non difende i suoi fragili è una società che sta andando allo sfascio. E invertire questa rotta non è un’opzione: è un dovere morale.