Il 22 e 23 marzo rechiamoci alle urne per dire NO ad una vera e propria truffa

Ci recheremo, penso e spero in tanti, a votare domenica 22 e lunedì 23 marzo per un referendum confermativo di una norma, quella impropriamente chiamata “sulla giustizia”, blindata e approvata in Parlamento dopo essere stata presentata dal governo Meloni.
Blindata perché la maggioranza di destra, a sostegno della presidente del consiglio, ha deciso di non aprire alcuna discussione per puntare direttamente al referendum e dare la parola ai cittadini.

Ci danno la parola e noi ce la prendiamo volentieri. Non è ipotizzabile che tutti i cittadini possano scendere nei dettagli tecnici del quesito referendario che riguarda la separazione delle carriere dei magistrati (i pubblici ministeri separati dai giudici), il raddoppio del Consiglio Superiore della Magistratura (diventerebbero due anziché uno), il sorteggio dei giudici individuati dalla maggioranza di governo, l’Alta Corte per le questioni disciplinari riguardanti l’esercizio delle funzioni dei magistrati.

Se ci soffermassimo su questi aspetti, toglieremmo il lavoro agli esperti e ai giuristi che in questa campagna referendaria sono stati allertati e attivi come non mai. La magistratura è scesa in campo per sostenere le proprie ragioni, chi sul SI e chi sul NO al quesito, gli avvocati hanno fatto altrettanto, la politica è intervenuta a gamba tesa quando ha capito che la partita si è fatta dura e che in ballo non c’è solo la questione della separazione delle carriere dei magistrati, ma la tenuta dell’assetto democratico e costituzionale della nostra cara Italia.

Ciò che i cittadini devono sapere è che il quesito referendario non riguarda la riforma della giustizia; in poche parole i tempi dei processi saranno gli stessi e quando ci si recherà nei palazzi di giustizia si dovrà continuare a barcamenarsi in aule dove i giudici riceveranno le parti in causa, avvocati difensori compresi, facendo capolino dalle cataste di fascicoli in una sorta di assemblee permanenti dove tutti devono sapere il perché il vicino di “fascicolo” si è recato in tribunale.
Anche il 24 marzo, il giorno dopo la chiusura dei seggi e a risultato definitivo, tutto rimarrà immutato. E se così sarà non c’è dubbio che lo sforzo di cambiare ben sette articoli della nostra Costituzione si ridurrà ad un regolamento di conti tra la classe politica, in questo caso la destra al governo, che vuole prevalere sulla magistratura per una vecchia diatriba che giunge da ben prima l’avvento del berlusconismo. Spuntare le lance alla magistratura, è questo l’intento del ministro Nordio che non ne ha fatto mistero e lo ha affermato più volte.

Sta di fatto che, comunque, i poteri in Italia sono tre: quello esecutivo (Governo), quello legislativo (Parlamento) e quello giudiziario (Magistratura). E se la democrazia nella nostra nazione ha retto fino ad ora lo deve solo ed esclusivamente all’equilibrio tra questi poteri.
Il tentativo del governo Meloni di squilibrare l’impalcatura del nostro assetto democratico basta, e avanza, per un voto consapevole e per un NO grande quanto una casa al quesito referendario.

Piuttosto il governo e il Parlamento, meglio ancora, si mettano al lavoro per riorganizzare e rendere efficace la giustizia e per dare risposte certe alle cittadine e ai cittadini, a volte vittime non solo di reati ma anche di malagiustizia dettata dai tempi e dallo sfinimento fisico e morale.
Quanto dura un processo civile? In che stato sono le carceri in Italia? Diano soluzione a questi quesiti e la smettano di voler far prevalere la forza d’urto dell’esecutivo sull’azione della Magistratura che ha i suoi gran bei difetti, esattamente sovrapponibili a quelli di chi siede in Parlamento o nei banchi del Governo.

Il governo, non avendo voluto aprire una discussione ha voluto forzare la mano portandoci alle urne. E noi cerchiamo di esercitare il nostro diritto di voto, con un NO a quella che sembra una vera e propria truffa alle spalle di cittadine e cittadini.

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