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Sul 25 novembre per non parlare più del 25 novembre

Sul 25 novembre per non parlare più del 25 novembre

In questa settimana e oggi in particolare sono programmati migliaia di eventi, di pubblicazioni, di video, per dire in prosa e in poesia che tutte e tutti ci opponiamo e ci impegniamo a contrastare la violenza maschile contro le donne.
Ed io scrivo (sì, anch’io in questa settimana e il 25 novembre, è vero) per dire che anche oggi ci saranno uomini frustati che penseranno di dimostrare il loro machismo uccidendo le loro donne, magari traumatizzando a vita i loro figli;
per dire che anche oggi ci saranno panel in cui 3 o 4 ospiti rigorosamente uomini si confronteranno dottamente sui gender gap in ambiti lavorativi e sociali;
per dire che anche oggi moltissime ragazze e giovani donne non sapranno come comportarsi nei confronti di loro amici che rideranno di loro facendosi forza con le dinamiche di gruppo, e sceglieranno di comportarsi non come vogliono o sentono, ma come credono che gli altri si aspettano, senza che nessun adulto, genitore o insegnante, si accorga di nulla o ritenga di dover intervenire (perché se sono genitore sono a posto se mi occupo di mia figlia, se sono docente sono a posto se vado in classe e interrogo o spiego; perché dove sta scritto che bisogna fare attenzione a piccoli segni di disagio o sofferenza?);
per dire che anche oggi le tante panchine rosse che abbiamo installato o dipinto in questi anni nei parchi e nelle piazze delle nostre città non fanno più notizia, perché si sono perfettamente inserite nel degrado dei luoghi e delle nostre coscienze, e nessuno più bada a loro e a quello che hanno rappresentato.
Insomma, se anche oggi sentiremo, parleremo e scriveremo di tutto questo, a che serve parlare di “Giornata Internazionale per l’eliminazione della Violenza maschile sulle Donne“?
A che serve se anche oggi leggeremo di un Centro Antiviolenza in una delle nostre città che avrà sospeso le proprie attività di sostegno e accoglienza per mancato trasferimento di fondi dal rispettivo ambito sociale per uno degli infiniti ed estenuanti cavilli amministrativi?
A che serve se anche oggi moltissime donne dovranno rinunciare al proprio lavoro, perchè non possono permettersi di pagare un asilo nido (quello stesso asilo che decine e decine di convegni sul PNRR promettono di realizzare con la pioggia di risorse che arriveranno, probabilmente quando il loro bambino sarà già alle medie)? o se dovranno rinunciarvi perchè non intenzionate a rinunciare al loro diritto alla maternità, a cui troppi imprenditori chiedono di rinunciare ancor prima dell’assunzione, perchè il “costo sociale” (ma non era un valore?) di una maternità non viene compensato in alcun modo? o se dovranno rinunciarvi perchè il sistema finanziario fatica ancora troppe volte a sostenere il percorso di autodeterminazione e i progetti imprenditoriali di molte donne?
Ecco, se siamo messi così, facciamo miglior figura a rimanere sui nostri comodi divani a guardare dal buco della serratura social le icone femminili di questo tempo ChiaraFerragni-style, idealizzandole come qualunque altro personaggio di una serie Netflix …. evitiamo solo di guardare negli occhi le nostre figlie, è più onesto, almeno per oggi, e proprio oggi…. oppure uno scatto di reni, proprio per loro e per la nostra dignità, porti ciascuno di noi a cambiare radicalmente il proprio comportamento quotidiano e i decisori politici a farla finita con le commemorazioni di facciata (a cui nemmeno fanno lo sforzo di presenziare, come accaduto vergognosamente ieri alla Camera) e ad assumersi la responsabilità di una normativa di EMERGENZA, come per il covid, come per il ponte di Genova, come per un terremoto …. perché di una TRAGEDIA si parla, non di una ricorrenza, un’emergenza da affrontare a viso aperto in ciascun ambito della vita sociale.
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