Il comunicato stampa del Comitato per la Palestina
Il 16 e il 17 settembre, al Pala San Giacomo di Conversano, si sono disputate le gare di Round 1 della EHF European Cup 2026/27 tra Pallamano Conversano e la squadra israeliana Maccabi Rishon Le Zion. Per entrambe le giornate, noi cittadine e cittadini, studentesse e studenti, comitati, partiti, associazioni e movimenti locali e nazionali, abbiamo annunciato una mobilitazione pacifica e dimostrativa, aderendo alla campagna internazionale “Show Israel the Red Card“.
Le ragioni della nostra mobilitazione le abbiamo rese pubbliche con chiarezza. Abbiamo sempre ritenuto che non sia possibile separare lo sport dal contesto in cui prosegue il genocidio a Gaza, la gravissima crisi umanitaria della popolazione palestinese, la condizione di apartheid e le restrizioni che colpiscono anche la possibilità dei palestinesi di praticare liberamente attività sportive. Con la nostra mobilitazione abbiamo chiesto che anche le istituzioni della pallamano europea e internazionale affrontino pubblicamente la questione, adottando criteri coerenti nella tutela dei diritti umani. Al centro della nostra richiesta, la tutela della popolazione civile palestinese, il rispetto del diritto internazionale, il riconoscimento del diritto del popolo palestinese all’autodeterminazione, e il rifiuto che lo sport diventi strumento di normalizzazione o di rimozione di quanto sta accadendo in Palestina. La nostra è stata una manifestazione pacifica, un cartellino rosso simbolico contro la brutalità del genocidio ancora in corso, le violenze, l’indifferenza e la normalizzazione. Abbiamo tenuto a precisare che la nostra iniziativa non era rivolta contro i singoli atleti, né contro persone in ragione della loro nazionalità o appartenenza religiosa, ma riguardava le responsabilità delle istituzioni sportive internazionali.
Sport e politica
A chi ci ha obiettato che “la politica non deve entrare negli stadi” abbiamo voluto ricordare che la storia dello sport è piena di esclusioni politiche — dalla Germania e l’Austria dopo le guerre mondiali, al Sudafrica dell’apartheid, alla Russia dopo l’invasione dell’Ucraina — e che la stessa politica negli stadi a molti non è parsa un problema quando ha preso altre forme: appena il giorno prima di questi fatti, i calciatori di Real Madrid ed Elche sono scesi in campo con una maglietta di solidarietà per gli abitanti di Ceuta, senza che nessuno gridasse allo scandalo, per non parlare di quando nelle curve dei nostri stadi compaiono svastiche e altri simboli ben peggiori di una semplice bandiera con i colori della Palestina.
Non crediamo che lo sport sia estraneo alla politica, perché prima di essere atlete e atleti, giocatrici e giocatori, siamo tutti esseri umani. Resta da chiedersi se, durante queste due partite, a giocatori e dirigenti della Pallamano Conversano sia mai venuto in mente che tra gli avversari potesse esserci chi ha prestato servizio nell’esercito israeliano durante una guerra in cui sono stati uccisi uomini, donne e bambini palestinesi inermi. È difficile capire come si possa scendere in campo senza porsi la domanda se quella guerra abbia ucciso bambini come i nostri figli, uomini come i nostri padri e fratelli, donne come le nostre madri, mogli e sorelle. Il senso della questione, se lo sport sia o no politica, sta tutto qui. Per questo abbiamo chiesto, e chiediamo, la sospensione delle squadre sportive israeliane da tutte le competizioni internazionali.
Fuori dai cancelli
Per entrambe le giornate, nel piazzale antistante il Pala San Giacomo, abbiamo tenuto un presidio pacifico e regolarmente autorizzato. Nessun episodio di tensione, nessun gesto violento: ci siamo riuniti, di ogni età, come comitati, rappresentanti di partiti e associazioni, ed anche tifosi e genitori che hanno deciso di boicottare l’evento non entrando nel palazzetto, per rendere visibile, con cori, cartelli e i colori della Palestina, un dissenso che abbiamo voluto innanzitutto pacifico. Nella prima giornata, il 16 settembre, abbiamo registrato una partecipazione particolarmente ampia: siamo stati in decine ad alternarci nel piazzale per l’intera durata dell’evento, in un clima che abbiamo più volte definito composto e non conflittuale, nonostante l’imponente schieramento di forze dell’ordine che ci ha “accolto” e filmato per tutto il tempo.
Abbiamo tenuto il presidio nel piazzale antistante il palazzetto per l’intera durata di entrambe le giornate, accompagnando con cori, cartelli e i colori della Palestina l’arrivo e l’attesa degli spettatori. Anche nei momenti di maggiore tensione, come quando alcune cittadine e cittadini sono stati respinti all’ingresso nonostante il biglietto regolarmente acquistato, la nostra protesta non è mai diventata conflittuale: è rimasta quella che avevamo annunciato, una manifestazione pacifica di cittadini che hanno chiesto conto di un diniego privo di qualunque motivazione scritta.
Prima ancora di entrare
Il copione si è ripetuto identico in molti degli episodi raccontati da chi era presente: la fila al botteghino, l’acquisto del biglietto nominativo, una telecamera fissa puntata sul volto mentre si pronunciavano ad alta voce nome e cognome. La carta d’identità passava di mano, dal cassiere ai funzionari della Digos appostati lì accanto; dopo alcuni minuti di attesa veniva restituita, ma il controllo non finiva lì. A pochi metri di distanza, all’ingresso vero e proprio, altri ispettori fermavano di nuovo le stesse persone, richiedendo lo stesso documento appena verificato.
Per alcuni l’attesa si è misurata in minuti, dieci, venti o più, mentre altri spettatori sono entrati senza alcun intoppo. A chi chiedeva spiegazioni è stato risposto con freddezza, in un caso con toni apertamente sprezzanti e sguardi minacciosi, mentre la telecamera continuava a riprendere. Le forze dell’ordine non hanno mostrato alcun provvedimento che limitasse l’ingresso allo stadio, né hanno fornito una motivazione scritta. Gli agenti si sono stretti in un cordone attorno a chi insisteva per conoscere le ragioni del blocco e di lì a poco hanno deciso di chiudere i cancelli e vietare l’ingresso.
Il risultato è stato lo stesso per molti: persone che avevano regolarmente pagato il biglietto si sono viste negare l’ingresso senza alcuna spiegazione. A qualcuno è stato offerto un rimborso in denaro, rifiutato da chi chiedeva invece di leggere per iscritto la motivazione del provvedimento nei propri confronti.
Non tutti i controlli si sono fermati ai documenti. In almeno un caso una donna, giunta con la figlia di nove anni, dopo aver acquistato il biglietto ed esibito i documenti è stata condotta in bagno da due agenti donne e perquisita: le sono stati sequestrati la maglietta che indossava, il documento d’identità, persino un rossetto e un segnalibro, con la promessa di restituirli a fine partita; la stessa figlia di soli nove anni ha subito una sommaria quanto inutile perquisizione. Nonostante questo, l’accesso agli spalti le è stato comunque negato, senza altra motivazione se non un implicito riferimento al colore rosso di un capo d’abbigliamento, smentito dal fatto che altre persone vestite di rosso si trovavano, senza conseguenze, all’interno del palazzetto.
Per chi aveva preso parte, la sera precedente, al presidio pacifico organizzato all’esterno, il criterio di selezione è apparso ancora più esplicito. A qualcuno non è stato chiesto nulla, nessun documento, nessuna domanda, semplicemente il riconoscimento visivo è bastato a far scattare il rifiuto d’ingresso, anche per chi aveva un biglietto già pagato in mano; riconoscimento reso possibile dalle registrazioni dei volti effettuate dalle forze dell’ordine il giorno precedente, che hanno permesso di individuare ed escludere queste persone il giorno successivo.
A norma di legge
La partecipazione pacifica a una manifestazione politica, svoltasi nello spiazzo antistante il palasport, non costituisce di per sé una causa legittima di esclusione dalla partita del giorno successivo.
L’art. 6 della legge n. 401/1989 – già di per sé degno di un sistema autoritario più che di uno Stato di diritto – consente al Questore di disporre il divieto di accesso alle manifestazioni sportive nei confronti di chi abbia preso parte attiva a episodi di violenza, abbia incitato o inneggiato alla violenza, oppure abbia tenuto una condotta evidentemente finalizzata alla partecipazione ad atti di violenza, minaccia o intimidazione idonei a porre in pericolo la sicurezza pubblica o a creare turbative dell’ordine pubblico. La norma non consente quindi di trasformare la partecipazione a una protesta pacifica, né l’espressione di una posizione politica, in un DASPO di fatto deciso sul posto da un dirigente di polizia o dagli addetti alla sicurezza.
L’art. 4 della legge n. 152/1975 consente agli ufficiali e agenti di polizia, in occasione di manifestazioni in luogo pubblico o aperto al pubblico, di effettuare perquisizioni immediate sul posto soltanto quando ricorrano: casi eccezionali di necessità e urgenza; specifiche e concrete circostanze di tempo e luogo; un pericolo attuale per la sicurezza o l’incolumità; il fine limitato di accertare il possesso di armi, esplosivi, strumenti di effrazione o oggetti atti a offendere. La norma impone inoltre la redazione di un verbale e la consegna di una copia all’interessato.
Una perquisizione fondata esclusivamente sul fatto che la persona aveva partecipato pacificamente alla protesta del giorno precedente, o indossava una maglia rossa, non sembra rientrare nei presupposti descritti.
Dentro il palazzetto
Per alcuni riusciti a entrare che avevano deciso semplicemente di indossare uno dei colori della Palestina, la sorveglianza non si è interrotta alla soglia. Fin dai primi minuti una spettatrice apparentemente disinteressata alla partita, seduta poco distante, ha osservato con attenzione ogni movimento; è sparita non appena il piccolo gruppo ha composto i colori della bandiera per una foto. Da quel momento la scena è cambiata rapidamente: due persone dello staff si sono posizionate alle loro spalle, agenti della Digos sono comparsi sulle scale e nel settore sottostante, uno di loro ha fissato il gruppo per l’intera partita, incurante del gioco. Durante l’intervallo, uno dei presenti, allontanatosi con la figlia, è stato fermato e interrogato sulle intenzioni del gruppo.
A un minuto dalla fine, con il risultato ormai segnato, il gruppo ha intonato un coro in favore della Palestina per l’intero minuto restante: il palazzetto si è quasi ammutolito. Un operatore con telecamera è arrivato a riprenderli da vicino, mentre agenti in divisa e in borghese li hanno attesi sulle scale, per poi seguirli fino all’uscita.
Nel frattempo, secondo diverse testimonianze, il controllo in ingresso non ha riguardato solo chi era sospettato di manifestare dissenso: ogni spettatore, indistintamente, è stato videoregistrato mentre un agente ne leggeva ad alta voce i dati anagrafici tratti dal documento d’identità — una pratica di identificazione di massa estesa, secondo alcuni racconti, anche ai bambini e in violazione della privacy.
Il sindaco, di passaggio
Chi è rimasto fuori ha presidiato i cancelli per un’ora, insieme ad altri respinti, rivendicando ad alta voce il proprio diritto di entrare. Proprio in quei minuti, verso le 20:30, è arrivato il sindaco di Conversano, accompagnato dalla moglie. Si è trovato davanti, non poteva non vederla, la scena di concittadini e concittadine fermi ai cancelli, esclusi da un evento pubblico senza alcuna spiegazione, mentre chiedevano solo di sapere perché. Non si è fermato. Non ha chiesto cosa stesse accadendo, non ha rivolto una parola a chi da più di un’ora rivendicava un diritto negato: è passato oltre, insieme alla moglie, diretto al proprio posto in tribuna, per assistere alla partita e visivamente infastidito da quello che accadeva dinanzi ai suoi occhi “ingenui”.
Un’indifferenza che pesa più delle parole, se si considera che lo stesso sindaco, da più di un anno, ha fatto esporre sulla facciata del Municipio uno striscione per chiedere il Premio Nobel per la Pace alle bambine e ai bambini di Gaza; una richiesta di “facciata” evidentemente, dato che si tratta dello stesso Municipio che ha dato il beneplacito allo svolgimento di quelle partite. La distanza tra il gesto simbolico compiuto in pubblico e il comportamento tenuto in privato, davanti ai propri concittadini in carne e ossa, è la misura più chiara di quanto la solidarietà, quando si scontra con l’occasione concreta di un impegno reale, possa ridursi a passerella.
Un cartellino rosso, per tutti
Per entrambe le giornate, il nostro appello è stato rivolto a tutta la cittadinanza: indossare una maglia con uno dei colori della Palestina — rosso, nero, bianco o verde —, farsi sentire, ed esporre un cartellino rosso, che noi stessi abbiamo distribuito all’ingresso del palazzetto. Anche in questo caso però, durante la prima giornata, ci è stato impedito di poter fare volantinaggio nei pressi del botteghino e dell’ingresso del palazzetto senza una motivazione plausibile che non fosse una generica giustificazione dovuta alla sicurezza. Che male avremmo mai fatto distribuendo dei semplici volantini e dei cartellini rossi? Un gesto semplice quanto diretto: il cartellino rosso del calcio e della pallamano, quello dell’espulsione, che abbiamo rivolto simbolicamente a chi continua a normalizzare, attraverso lo sport, l’occupazione e la violenza. Crediamo che anche e soprattutto lo sport possa creare comunità, rispetto e giustizia sociale: per questo pensiamo che esso sia intrinsecamente politico. Abbiamo invitato tutti a partecipare, a diffondere il messaggio e a esporsi insieme a noi.
Le domande che restano
Comprare un biglietto per un evento pubblico e presentarsi convinti che questo basti per entrare dovrebbe essere un fatto scontato, in una democrazia. Per noi non lo è stato. Le domande che ne abbiamo tratto riguardano tutti, non solo chi c’era: in base a quale provvedimento e con quale motivazione alcune persone sono state fermate e altre no? Se la partecipazione a una manifestazione pacifica e autorizzata è bastata a escludere alcuni da un evento pubblico, senza contestazione né comunicazione, dove finisce la tutela dell’ordine pubblico e dove comincia una limitazione della libertà di espressione garantita dall’articolo 21 della Costituzione?
In questi due giorni il segno di riconoscimento è un cartellino rosso. Ci chiediamo quale sarà, domani, il prossimo simbolo che non sarà più permesso esporre e soprattutto chi deciderà, e con le regole scritte da chi.