“Le scuole saranno più efficienti se saranno sottoposte alle leggi del mercato capitalistico e, come tutte le aziende, entreranno in concorrenza le une con le altre per attirare i loro clienti: gli studenti”, così scriveva il premio Nobel per l’economia Milton Friedman nel 1955.
Si rabbrividisce nel leggere queste parole e si rabbrividisce ancor più perché questa visione è stata fatta propria dalla scuola italiana (gli economisti dovrebbero, evidentemente, occuparsi d’altro).
Si sono appena chiusi i termini per le iscrizioni ai vari ordini di scuola e con essi si sono chiusi i famigerati “Giorni aperti”, meglio noti come Open day (Inglese era una delle famose TRE I di Berlusconiana memoria), in cui docenti, dirigenti e alunni si trasformano, assai spesso loro malgrado, in imbonitori, venditori della “merce scuola”.
A partire dalla Legge Bassanini (n.59 del 1997) l’obiettivo perseguito è stato quello di trasformare l’istruzione – “da diritto di tutti/e ad acquisire gli strumenti per leggere il mondo da soli e sapersi muovere adeguatamente in società dominate dalle leggi spietate del profitto e del mercato” – in una nuova merce da mettere in vendita, assoggettando la scuola alla peggiore visione neoliberista (ed in questo, governi di centro-sinistra e centrodestra si sono incontrati).
Sono stati così creati i presupposti per una concorrenza spietata tra le scuole, svilendo del tutto ruolo e funzione della istruzione pubblica.
Mercificazione, aziendalizzazione, impresa (la seconda famigerata I), i tre termini sono strettamente intrecciati e pressoché equivalenti.
Tutto il lessico e la sintassi (dunque i testi, le indicazioni, le regole, le norme, le leggi), con cui si esprime l’organizzazione della scuola ormai da anni, e la sua pedagogia discendono dal linguaggio delle istituzioni economico-finanziarie e dal modello cui si riferiscono: dalle cosiddette ‘buone pratiche’, mito ricorrente nei discorsi che riguardano le attività didattiche di scuola e università, fino a debiti formativi, crediti scolastici, successo formativo, sfide, eccellenza, meritocrazia,
Ma ci pensate una scuola che si esprime attraverso queste espressioni, riconducendo ad essi il processo educativo di ogni singolo alunno etichettandolo attraverso parole come debiti, crediti, successo! Una scuola che convince lo studente a misurare sé stesso in base ai propri crediti o debiti!
E ovviamente se azienda è, si parla ovviamente in termini di utenza, competizione e competenza, efficienza, accountability: un intero vocabolario importato dall’economia che in questi 30 anni ha contribuito alla codificazione della “neolingua della ‘Buona scuola’. Un linguaggio che esprime una precisa forma mentis, una precisa visione del mondo.
L’alunno non è più un discepolo, un discente, ma un UTENTE, UN CLIENTE. E di qui la totale subalternità ad una “visione mercato-centrica che ha trasformato la scuola da istituzione a servizio on demand”, in cui gli alunni, ma soprattutto le famiglie (i clienti-utenti) le quali non sempre hanno cercato una vera collaborazione dal punto di vista educativo, pretendendo piuttosto il successo ad ogni costo, obiettando metodi e valutazioni. In tal senso hanno avuto ed hanno gioco facile, poiché nelle loro mani è stata posta un’arma potentissima dal momento che su tutte le scuole pende una terribile spada di Damocle: il DIMENSIONAMENTO una trovata geniale, mirata ad un unico scopo: TAGLIARE!
“Tu Istituto XY non garantisci il successo a mio figlio, bene, lo trasferisco nell’Istituto ZZ” e l’arma è potentissima!
Infatti, l’autonomia di un Istituto scolastico è stata progressivamente legata al numero degli iscritti: e se non è aziendalizzazione questa! All’inizio non si doveva scendere sotto i 600 alunni, oggi le scuole devono avere tra 900 e 1000 alunni per avere un proprio dirigente. Questo processo mira a ridurre il numero di istituzioni autonome (più di 1000 perse in dieci anni) e comporta, in caso di mancato raggiungimento dei numeri minimi, che la scuola non abbia più un proprio dirigente, creando inoltre lo spauracchio dei cosiddetti soprannumerari tra i docenti e il personale amministrativo.
E il PNRR si dirà, non poteva essere utilizzato per evitare i tagli? No, perché i fondi erano quasi esclusivamente vincolati alla digitalizzazione della didattica, pur sapendo che, con l’accelerazione tecnologica, tra pochissimi anni tutto il materiale acquistato sarà obsoleto. Ma c’è di peggio, il piano nazionale, attuato per il PNRR, unito al calo demografico, ha previsto una significativa riduzione degli istituti, in particolare nel Sud Italia.
Si comprende bene come, a questo punto, interesse, dei singoli istituti, sia quello di “fare numeri” (promozioni sempre, “soddisfacimento” a tutti i costi del cliente etc.). Da qui è scaturita la più nefasta delle conseguenze: la vendita, sul mercato dell’istruzione, della scuola, ridotta a “Scuola d’impresa, a scuola per l’impresa, che trasforma l’istruzione in istruzione per l’uso, dimenticando che nessuna professione può essere esercitata bene se non all’interno di una formazione che guardi all’uomo e non al produttore/consumatore e che orientare la scuola esclusivamente alle presunte esigenze immediate del mercato del lavoro è una scommessa perduta in partenza” (Anna Angelucci).
E i docenti? Quelli della mia generazione hanno vissuto l’inizio della deriva e hanno combattuto, tanto, ma si è mai visto un don Chisciotte vittorioso? Le cosiddette “alte sfere” hanno continuato come carri armati cingolati e la risposta dei sindacati quasi non si è sentita. E del resto negli anni al Collegio dei Docenti sono state progressivamente sottratte quelle che erano sacrosante prerogative: eleggere il vicepreside – oggi scelto dal D.S.- dettare i criteri di formazione delle classi e assegnazione delle cattedre, questioni dirimenti sulle quali oggi gli viene riconosciuta una mera funzione consultiva. Per tanti, tantissimi le strade sono state: accettare, molto spesso senza alcuna convinzione, uscire dalla scuola (e chi si poteva permettere di farlo, magari dopo aver vinto un tostissimo concorso?), fare resistenza passiva continuando a prendere la parola sempre e comunque, magari attirandosi anche sguardi di compatimento o irritazione. Questo è avvenuto nel tempo.
Per contro, i sacerdoti e le sacerdotesse di questa visione, i managers, gli indottrinati e le indottrinate, non amano usare il termine scuola, ma preferiscono parlare di “ambiente di apprendimento’, “agenzia educativa”, in cui al valore delle conoscenze – intese come attivatori di processi di comprensione e di interpretazione della realtà – è stato sostituito il valore delle competenze – perimetrabili, finalizzabili, misurabili, fungibili. Sono state così create le tristemente famose “griglie di valutazione”, oggetto di interminabili incontri che sfiancano i più, il cui fine è l’incasellamento, la riduzione entro “fasce”, regolate da descrittori e indicatori, di ciò che mai, ovvero l’intelligenza dell’alunno, dovrebbe essere chiuso all’interno di “gabbie”, nella ossessiva, quanto vana ricerca di una obiettività della “VALUTAZIONE”.
Non giudizi articolati, capaci di mettere a fuoco, spiegare, indicare, ma gabbie.
Questa scuola ha tradito sé stessa. E forse non è male ricordare che cosa fosse nell’ antica Grecia, la scholè. Essa indicava il tempo dedicato allo svago intellettuale e al perfezionamento di sé, contrapposto alla necessità impellente, indicava il luogo in cui tali attività avvenivano, il luogo dove l’insegnamento matura la coscienza, perché spalanca una vita autentica, priva di catene e di servaggi.