di Maria Di Vagno (insegnante)
Assistiamo, da diverso tempo, a situazioni di violenza in un luogo adibito e deputato all’ educazione, alla formazione dei futuri cittadini e delle future cittadine.
È doveroso porci una domanda :”In che modo la violenza è entrata, si è insinuata nelle scuole, tanto da diventare allarmante e preoccupante?“.
Una decina di giorni fa, lo studente egiziano Abanoub Youssef è stato accoltellato mortalmente a scuola da un suo coetaneo che voleva percepire il “brivido” della sensazione di uccidere (come se la realtà fosse considerata un film thriller, una sorta di immaginazione folle del crimine stesso). Il ministro dell’istruzione e del merito Valditara vorrebbe introdurre il metal detector, un blando deterrente che alimenterebbe e fomenterebbe incertezza, senza andare al cuore del problema.
Se pensiamo a ciò che è successo al quattordicenne Paolo Mendico, suicidatosi l’undici settembre dello scorso anno, vittima di bullismo che aveva paura di andare a scuola e lo aveva esternato ai suoi insegnanti, ma nessuno di loro era riuscito a capire le sue fragilità, i suoi timori, in una sola parola, ad ascoltarlo.
ASCOLTO: è ciò che questa generazione ci chiede di fare, perché può essere paradossale, ma in una società sempre più in continua evoluzione, ci viene chiesto in modo perentorio di essere competitivi, di raggiungere vette per superare gli altri, tralasciando l’attenzione ai bisogni di chi ci sta accanto.
Sempre frettolosi, sempre di corsa per raggiungere gli obiettivi, dimenticando che, il vero obiettivo a cui noi docenti siamo chiamati, è quello di “perdere tempo”. Don Milani lo chiamava “I care”: mi sta a cuore la tua vita, mi interessa sapere il tuo stato d’animo, sono qui accanto per supportarti, sostenerti, in altre parole, infondere negli allievi, nelle allieve, la resilienza, la forza di affrontare le avversità che si presentano con coraggio e determinazione.
Per attuare tutto ciò, oltre agli incontri prefissati sul bullismo, cyberbullismo, occorre andare alla radice di tutto: cercare di osservare attentamente ogni cambiamento di umore, ogni aspetto del loro carattere e favorire ogni forma di dialogo.
Ben vengano, a tal proposito, gli sportelli di ascolto psicologico che incoraggiano gli adolescenti e le adolescenti nel loro delicato, labile percorso di crescita: sono una mano amica che li conduce e li sospinge a traghettare e ad attraversare i momenti di buio interiore che, tutti noi, alla loro età, abbiamo vissuto.
Non solo il bullizzato va aiutato, anche il bullo che si cela dietro questa sua “fierezza” per attirare le sue attenzioni.
I genitori affidano i loro figli alle istituzioni scolastiche e hanno anche loro l’impellente bisogno di essere ascoltati e, nel contempo, osservare e seguire con maggiore attenzione i loro figli per valorizzarli non solo dal punto di vista del successo scolastico.
Occorre, pertanto, consapevolezza e coscienza che ciò che succede nelle scuole è prerogativa di un patto di corresponsabilità tra scuola e famiglia ad operare insieme, affinché i malesseri resi evidenti da tanti segnali, siano compresi immediatamente evitando l’inevitabile.