Vorrei fare qualche riflessione sul decadimento linguistico a cui stiamo assistendo da qualche anno, soprattutto ad opera di esponenti di “alto livello” della Destra e, via, via, a scendere, dagli emuli di costoro, che si sentono autorizzati al dileggio di quanti hanno un pensiero diverso dal loro.
Di fronte ad argomentazioni si risponde con slogan ad effetto. Almeno tali vengono ritenuti, secondo un limitato orizzonte cognitivo, da chi li utilizza.
Mi pare che il tanto auspicato capovolgimento della cosiddetta “egemonia culturale”, auspicato dai maggiori maître à penser della destra mondiale si risolva esattamente in questo: aprire le porte ad una miseria linguistica che ripete pedissequamente vuoti motteggi usati dai Politici, dai Direttori di giornali e da influencer di diversa e, in alcuni casi, dubbia provenienza.
Si era iniziato, molti di voi lo ricorderanno, con “Buonismo”, sostantivo utilizzabile in tutte le salse e che lo si può infilare dappertutto; che si parli di migranti, di protezione degli animali o di disagio sociale nelle periferie, va sempre bene. In una parola si concentrano lunghe e noiose argomentazioni. Sei a favore di una seria politica di integrazione? Sei un buonista. Ok, sono buonista. Ma che significa? cosa intendi per buonista? e tu cosa sei, un cattivista? Mah, non è dato saperlo, l’importante è troncare la discussione. Buonista! e tanto basta.
Altri cavalli di battaglia sono Radical chic, ZTL e Rolex, sottintendendo che il popolo sta con noi e voi non rappresentate che voi stessi standovene comodamente seduti sulle vostre poltrone in pelle. Naturalmente di fronte ad una mite proposta della Sinistra di applicare una minima patrimoniale ai super ricchi, i difensori dei poveri si sono scatenati alzando muri indignati. “Noi non metteremo mai le mani nelle tasche degli italiani”, quelli ricchi naturalmente, anche se il costo da pagare è la distruzione della sanità pubblica. Ma questo è il pensiero dei liberal nostrani e dobbiamo farcene una ragione.
Per dirla con le parole attribuite all’attivista per i diritti umani Yvan Sagnet: “Quando i poveri si convincono che i propri problemi dipendano da chi sta peggio di loro, siamo di fronte al capolavoro delle classi dominanti.”
Anche Culture woke riscuote un discreto successo, qualunque cosa significhi. Basta con sto maledetto politicamente corretto, devi poter dare liberamente del “negro” a una persona di colore, del “ciccione” ad una persona sovrappeso, del “frocio” ad un omosessuale e della troiona a una bella ragazza solo perché va in giro in minigonna. Basta con queste limitazioni da bacchettoni, Tana liberi tutti, insomma.
E poi ci sono le accuse di antisemitismo, di filo putinismo, di filo madurismo, di filo ayatollah, hamas, hezbollah e chi più ne ha, più ne metta. Mi soffermo solo sul primo, l’accusa di antisemitismo verso chi critica lo stato criminale di Israele viene spesso propugnato da chi rivendica la propria discendenza ideologica e culturale da quel Giorgio Almirante, capo redattore di una rivista di alto valore scientifico come “La difesa della razza”. Ma si sa: neurone non vede, cuore non duole.
Qualche tempo fa abbiamo anche assistito all’ulteriore ed ennesimo doppio salto mortale con avvitamento carpiato del Direttore di un noto giornale vicino alle istanze governative, quali esse siano e a prescindere, come diceva il grande Totò. Giornale di proprietà di un “onorevole” noto per la sua stratosferica tendenza all’assenteismo dalle aule del Parlamento italiano. Naturalmente “l’onorevole” percepisce per intero lo stipendio di parlamentare e i suoi giornali (sono tre) percepiscono i lauti contributi dello Stato a favore dell’editoria, ma questi sono dettagli.
Dicevo del doppio salto mortale del Direttore, esempio cristallino di imparzialità, come deve essere un bravo giornalista che è passato, nel giro di due giorni, dagli elogi più sperticati rivolti al più ossigenato Presidente della maggiore superpotenza mondiale, al dargli del “Coglione”. Si, proprio così, “Coglione”, il termine più usato nei peggiori bassifondi dell’istinto umano elevato alla gloria di titolo cubitale da prima pagina. Il bon ton al contrario, direbbe un noto generale andato in pensione a 56 anni che vuole raddrizzare le reni degli italiani mollaccioni.
Il problema sarebbe facilmente ridimensionabile se tutto ciò muovesse un giusto sdegno nell’Opinione Pubblica, quale che sia il suo orientamento politico, e un richiamo dell’Ordine dei Giornalisti. Ma, purtroppo, questo non accade, anzi, questo linguaggio diventa sempre più di uso comune, normale, ammissibile, senza nessuna auto censura. Prova di questa deriva la troviamo quotidianamente sui social. Tutti, e ribadisco tutti, compreso la mite signora madre di famiglia, si sentono in diritto di rispondere allo scienziato che parla dell’utilità dei vaccini con un semplice quanto banale “servo di Big Pharma”, nel migliore dei casi, probabilmente senza sapere neanche di cosa si stia parlando e cosa significhi big.
Alcune settimane fa un dirigente del Partito Democratico se ne è uscito con una frase infelice asserendo che gli elettori che votano a destra sono in buona parte quelli che hanno studiato meno. Ripeto, frase infelicissima, su cui le destre nazionali si sono scatenate ergendosi a paladini dei poveri e degli umili. Il tema in discussione, però, non è quello del titolo di studio, ma quello dello studio. Se prima di parlare non ti informi, cioè studi, sei condannato all’uso acritico e inconsapevole delle parole con slogan ripresi e rilanciati senza nessuna consapevolezza. Certo, studiando, si può cadere nel rischio atavico della sinistra, cioè essere critici su tutto e su tutti, soprattutto sui propri leader. Forse ci vorrebbe un po’ più di ignoranza anche a sinistra (scherzo, naturalmente).
Un ultimo esempio di questa decadenza morale e linguistica l’abbiamo toccata con mano qualche giorno fa a proposito della presenza di una squadra di pallamano israeliana a Conversano. Alla presenza di un presidio di cittadini che denunciavano il genocidio che si sta perpetrando a Gaza e alla pulizia etnica in Cisgiordania, ha fatto seguito una valanga di improperi contro i manifestanti, compreso la colta citazione del noto intellettuale, Direttore di giornale, di cui abbiamo detto sopra.
Dal punto di vista antropologico è interessante farsi un giro sulle pagine social dei più accaniti e scurrili critici e porsi la domanda: “ma questi dove hanno studiato?”
Un’ultima annotazione vorrei riservarla ad una delle allocuzioni più in voga ultimamente nel popolo dei Dio, Patria e Famiglia: “Zecche Rosse”.
Faccio sommessamente (cit.) notare che non esistono zecche rosse in natura, essendo il loro colore marrone scuro. Al contrario, altri fastidiosi animaletti come gli scarafaggi, ad esempio, sono tutti neri (color omen avrebbero detto i romani).
Al massimo, l’epiteto che si può rivolgere ai “sinistri” è di essere coccinelle rosse (con qualche puntino nero qua e là).