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Braci arrosti e Cultura. Un’estate senza mangiare all’ombra del Castello

Braci arrosti e Cultura. Un’estate senza mangiare all’ombra del Castello

Non abbiamo mangiato seduti alle pendici del Castello ma, diciamolo, siamo sopravvissuti lo stesso. Sopravvissuti alla mancanza di fumo, agli odori invitanti e a volte nauseabondi emanati da braci fumanti dove salsicce e hamburger troneggiavano tristi per il destino che li attendeva. E quel fumo ci riportava con la mente a quel rogo che così bene prima Umberto Eco e poi Jean-Jacques Annaud, il regista de “Il nome della rosa”, ci hanno fatto immaginare e vedere in un libro e in un film. Ci sentivamo tutti un po’ eretici ‘dolciniani’, seguaci di Fra Dolcino, come quei frati arsi vivi su ordine della Santa Inquisizione senza cedere nemmeno nel momento della grande sofferenza fisica. Eravamo tutti in una coltre di fumo e non riuscivamo a vedere la luce per quella che è. E anche la realtà che si confondeva con la percezione di ciò che avveniva.
Quest’anno in corso Domenico Morea e piazza Conciliazione nulla di tutto ciò è successo. Per scelta netta della nuova amministrazione comunale e con conseguente contrarietà platealmente manifestata da chi, invece, per anni ha organizzato feste e banchetti. Con il benestare di chi quelle feste le ha foraggiate e alimentate. Per carità scelte legittime, questione di gusti.
Non con l’avvento della nuova amministrazione comunale, però, sono cominciate le perplessità che avevano riguardato, ad un certo punto della nostra recente storia patria, una larga parte della comunità. Una fetta di cittadini che mal digerivano una latente e sorda vocina che cominciava a librarsi in volo alla parola d’ordine di “identità”. Poteva mai essere la nostra identità rappresentata da un luogo storico dedito a fumi e arrosti? Giammai!
E così è arrivata la decisione della nuova amministrazione comunale i cui rappresentanti, penso sia inconfutabile, l’avevano detto in tempi non sospetti dai palchi di una campagna elettorale durata per almeno diciotto mesi.
La nostra identità non può essere affidata alla salsiccia a punto di coltello, di cui comunque tutti siamo ghiotti. E’ lapalissiana. Così come è lapalissiana che non tutti gli eventi proposti negli anni scorsi sono stati uguali a se stessi. Alcuni vanno non solo consolidati ma anche ben sostenuti con gli accorgimenti del caso.
Ma come in tutti i film che hanno un significato, anche questo che ci riguarda deve dare un chiaro messaggio di speranza e di visione. Se la nostra comunità non si candida al fumo, deve potersi dedicare all’arrosto. Che metaforicamente significa guardare alla nostra storia, alla nostra società, alla nostra economia, ai nostri operatori, alla nostra capacità di fare marketing, alla nostra serietà nel rendere disponibili e fruibili i contenitori di proprietà pubblica e quelli di proprietà della curia vescovile. A mettere insieme le cose, e a saperle mettere insieme, per un’offerta organica da fare non solo al ‘turista’ ma anche al cittadino indigeno. Perché è sempre stata chiara una cosa: una città piace a tutti se piace soprattutto a chi la vive quotidianamente e la viviseziona in tutti i suoi aspetti.
Sulla cultura e su ciò che noi tutti intendiamo quando ne pronunciamo la parola, a volte in maniera impropria, la comunità ha bisogno di tirare le fila. Cominciando a delineare un percorso di ascolto che deve coinvolgere veramente tutti. Sembrerà anacronistico ma ciò di cui abbiamo bisogno è confrontarci, sporcarci le mani, discutere di spazi e patrimonio così come discutere di cibo ed eventi. Fino a quando non sarà chiaro che la strada da intraprendere per il nostro territorio è quella della sobrietà, della serietà degli eventi da proporre, della valorizzazione delle energie vecchie e nuove, dell’utilizzo delle tecnologie per quello che noi chiameremo con un solo nome: visione. Condita da utopie da un lato e da concretezza dall’altro.
Se non possiamo identificarci con l’arrosto misto e fumo a volontà in prossimità del Castello, dobbiamo procedere alla definizione del nostro profilo. A partire dai nostri libri e dai nostri spazi. Come si suol dire, in questi casi, c’è letteratura che ci riguarda. E procedere, per esempio, ad una taratura di ciò che deve significare il nostro sistema museale che non può essere improvvisato e limitato all’apertura degli spazi. Oppure procedere alla creazione dei percorsi per la fruizione di tutto il patrimonio rurale che è lì che aspetta la nostra attenzione.
E in tutto ciò guai a considerare gli operatori che in questi anni hanno proposto eventi che avevano lo street food come motivo dominante, come degli intrusi. A loro va offerta un’alternativa di luoghi e situazioni. Così come giustamente ha fatto anche l’amministrazione comunale con molti di loro in questi primi giorni di governo.
Non bisogna mai buttare il bambino e l’acqua sporca. Non tutto ciò che c’era va cestinato. Ma è obbligo di tutti rispettare una diversa visione che è stata suffragata dal consenso popolare. Fumi, arrosti ed eventi di questo genere devono avere la propria collocazione e la propria dignità di eventi. Che si facciano a qualche decina di metri dal centro della città non penso sia una punizione divina, ma un semplice accorgimento per la salvaguardia della decenza e del decoro che secondo la nostra percezione comune è dettata innanzitutto dalla sobrietà, dalla logica e dai luoghi.
Non era un fesso Guglielmo da Baskerville, un altro protagonista fondamentale del libro “Il nome della rosa”, quando al suo allievo Adso da Melk raccomandava di non cedere così facilmente al piacere della carne. Ma non si riferiva a quella di vitello.

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3 commenti

  1. “Che le lo street food si faccia a qualche decina di metri dal centro della città non penso sia una punizione divina, ma un semplice accorgimento per la salvaguardia della decenza e del decoro che secondo la nostra percezione comune è dettata innanzitutto dalla sobrietà, dalla logica e dai luoghi”. E sono d’accordo.
    Ma al di la del fumo e degli arrosti cosa ne pensi dell’immondizia posta appena dentro il Castello, riguardo al decoro, alla decenza, alla salvaguardia e alla logica? E’ certamente peggio del fumo o no? Se siamo stati bravi a far sparire il fumo allora facciamo sparire anche quello schifo, che tra l’altro dura tutti i giorni dell’anno.

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