“Non voglio che piangiate sulla mia tomba né che leggiate il Corano o preghiate; voglio che siate felici e suoniate musica allegra“ (Majidreza Rahnavard 16.6.1999/12.12.2022).
Un uomo decide che un altro uomo deve morire: non nella violenza della strada o della guerra ma in nome del popolo e dello Stato, o di Dio, avvelenato nella stanza di un penitenziario dell’Oklahoma, fucilato a Pechino, appeso ad una gru in una piazza di Teheran. Questa è la pena di morte. Ai condannati a morte è tolto il dono che agli uomini è stato dato di non sapere il giorno in cui non vedranno più la luce del sole. Loro conoscono quel giorno, guardano da vicino la morte, costretti ad aggrapparsi ad ogni istante e ad ogni cosa che li separa da quell’istante. “Passarono tre quattro ore per fare le solite cose: il prete, la colazione con vino, caffè e carne di manzo, poi la toeletta e finalmente, attraversando tutta la città, lo conducono al patibolo… Io penso che, mentre lo conducono, ecco, anche in quel momento gli sembra di avere un tempo infinito da vivere. Credo che per via abbia pensato: “Mi rimane ancora tanto tempo da vivere, ho ancora tre vie. Ecco, adesso passo per questa, poi rimane ancora quella, poi ancora quell’altra, dove sulla destra c’è un fornaio…C’è ancora tempo prima del fornaio” [1].
In un meraviglioso film iraniano del 2021, “Il male non esiste”, quattro storie girano intorno al dovere per alcune persone, in quel Paese, di eseguire la pena di morte.
Heshmat lavora di notte in un carcere. Lo seguiamo durante la giornata, marito, padre, figlio affettuoso e premuroso. Al rientro al lavoro di sera, sorseggia una tazza di tè e aziona il meccanismo che impicca quattro detenuti. La storia si chiude sulle loro gambe appese, tremanti nell’ultimo sussulto di vita, l’urina che cola sul pavimento.
Anche Pouya lavora in un carcere ma, nel momento in cui deve per la prima volta accompagnare un detenuto all’esecuzione, si ribella: sequestra il detenuto e alcune guardie, fugge all’esterno, si allontana con la fidanzata che lo ha atteso, accompagnato dalle note di “Bella ciao” (“verrà un giorno in cui tutte lavoreremo in libertà”).
Javad, giovane soldato di leva, è premiato con una licenza di qualche giorno per aver accettato di eseguire una condanna a morte. Quando torna a casa, scopre che la famiglia della sua fidanzata è impegnata nell’organizzazione del funerale della persona che ha giustiziato, un amico di famiglia, un mite professore condannato per le sue opinioni politiche.
Bharam, per la sua obiezione di coscienza da militare di leva, nel momento in cui gli fu chiesto di giustiziare un detenuto, ha rinunciato alla carriera di medico e si è traferito in campagna, a fare l’agricoltore e a dispensare consigli medici ai contadini della zona.
Lutti, sofferenze, lacerazioni all’ombra delle barbe e dei turbanti degli ayatollah. In Iran l’obiezione di coscienza ha costi altissimi, l’obbedienza assicura una vita tranquilla.
Heshmat giustizia quattro uomini in cambio dello stipendio, di una razione supplementare di riso, della possibilità di portare la figlia al fast food (ma lo sguardo assente che accompagna le sue ore del giorno è forse il prezzo che paga).
Pouya, pur di non uccidere un uomo, mette a repentaglio la propria vita.
Javad obbedisce solo per un’ulteriore licenza.
Bharam, quel giorno, abbandonò anche la figlia, per non far pagare almeno a lei il prezzo della sua scelta.
Le leggi devono essere rispettate sempre? Anche quando sono sbagliate?
Quale prezzo siamo disposti a pagare pur di non obbedire ad una legge disumana?
Majidreza Rahnavard, condannato durante le proteste in Iran degli ultimi mesi del 2022, ebbe la forza di parlare di felicità e di musica nei momenti di quel terribile incontro con la morte, poco prima di essere impiccato a 23 anni, in una piazza della provincia di Khorasan. Qualcuno cantò per lui la canzone che, ad un certo punto, fa capolino nel film.
Baciami per l’ultima volta.
Arrivederci, che Dio ti protegga.
Sto andando incontro al mio destino.
La nostra primavera è trascorsa.
Nel mezzo della tempesta,
insieme ai marinai,
non ho paura di morire.
Devo solo attraversare la tempesta.
A mezzanotte ho promesso
al mio amore di essergli fedele
e che avrei acceso un fuoco tra le montagne.
[1] Fëdor Dostoevskij, L’idiota.