Margherita Manghisi: “L’istruzione professionale non è un ripiego, ma una forma di formazione piena”

di Margherita Manghisi (Dirigente scolastico Dirigente IP “D. Modugno”)

La scuola è al centro del dibattito pubblico solo in particolari momenti della vita di un paese, di una nazione:

– durante una campagna elettorale;
– quando accade un fatto di cronaca che coinvolge giovani o minori (..dove sta la scuola? Che cosa fa la scuola?)
quasi nessuno, se non gli addetti al settore, riconosce alla scuola un ruolo strutturale nel funzionamento della società civile, paragonabile al ruolo che le strade o le reti elettriche hanno per l’economia, ma applicato al “capitale umano” e sociale; pochissimi vedono la scuola come la “principale infrastruttura di una comunità”.

Dire che la scuola è un’infrastruttura significa riconoscere che essa è la base logistica e morale su cui poggia tutta la società. Senza la scuola:
La società non avrebbe continuità: le conoscenze e i valori non verrebbero tramandati in modo equo.
L’economia si fermerebbe: mancherebbero le competenze per il lavoro.
La democrazia svanirebbe: mancherebbe la capacità critica dei cittadini. Quindi è “principale” perché, se crolla la scuola, le altre funzioni della comunità (lavoro, sanità, giustizia) faticano a rigenerarsi.

La scuola agisce come un hub (termine inglese che a noi presidi del professionale piace molto) che mette in rete diversi attori della comunità: Famiglia e Stato, Territorio e Istituzioni, Passato e Futuro.

Sostenere che la scuola sia la più estesa infrastruttura civile del Paese” porta come conseguenza l’idea che investire nella scuola non sia un costo, ma la manutenzione fondamentale del “motore” che permette a una comunità di restare unita, inclusiva e capace di progredire.
Se la scuola deve “collegare le funzioni fondamentali di una comunità”, all’interno di essa l’istruzione professionale è il connettore tra il talento individuale e lo sviluppo del territorio.

L’Italia soffre di un paradosso: un’altissima disoccupazione giovanile e, contemporaneamente, migliaia di posti di lavoro tecnici che restano vacanti per mancanza di profili qualificati (il cosiddetto mismatch), conseguenza di una scelta di formazione e istruzione superiore che non sempre segue le inclinazioni reali dei ragazzi. Da ciò deriva innanzitutto un danno economico: l’eccessiva spinta verso i licei, spesso non assecondando le reali inclinazioni dei ragazzi, crea un esercito di laureati in settori saturi e una cronica carenza di “menti d’opera” specializzate. Se guardiamo altre esperienze europee ci rendiamo conto che in nazioni come la Germania o l’Austria, il sistema duale e l’istruzione tecnica sono il segreto della resilienza del PIL e di tassi di occupazione giovanile vicini al pieno impiego. In questi Paesi, il percorso professionale gode di una dignità sociale pari a quella accademica. In Italia, la svalutazione di questi percorsi ci costa punti di PIL ogni anno e costringe le imprese a limitare la produzione o a delocalizzare.

L’infrastruttura scolastica fallisce se non valorizza il talento specifico di ogni studente. Costringere un ragazzo con un’intelligenza pratica e creativa in un percorso puramente teorico significa:

  1. Generare dispersione scolastica: Molti abbandoni derivano dal senso di frustrazione di non veder valorizzate le proprie attitudini.
  2. Creare insicurezza: Un giovane senza competenze spendibili è un giovane fragile, più esposto alla precarietà e meno capace di esercitare i propri diritti.

La corsa cieca verso la liceizzazione del sistema scolastico ha creato un paradosso doloroso. Spingiamo i ragazzi verso percorsi che spesso non sentono propri, solo per compiacere uno status sociale che vede nel “professionale” una scuola di serie B. Il risultato? Un esercito di giovani che arriva alla vera vocazione con anni di ritardo. Lo dimostrano i dati dell’alta formazione post-diploma (come ALMA o gli ITS), dove le aule sono piene di studenti provenienti dai licei o addirittura laureati in tutt’altro. Ragazzi che hanno dovuto fare un giro immenso per tornare lì dove il loro talento li chiamava fin dall’inizio: all’ospitalità, al vino, alla gestione, al servizio. Perché perdere anni preziosi quando si potrebbe da subito costruire un’identità professionale solida, tecnica e culturale?

Qui si innesta un’altra riflessione, che tocca l’economia politica e il futuro del Mezzogiorno. Nel suo recente discorso all’Università di Messina, il Governatore della Banca d’Italia, Fabio Panetta, ha lanciato un monito chiaro: “Non conta solo crescere. Conta anche come si cresce. La sfida è promuovere uno sviluppo sostenibile, capace di coniugare il progresso scientifico ed economico con la coesione civile, la libertà individuale e la giustizia sociale”. Per “coniugare progresso economico e coesione civile”, abbiamo bisogno di professionisti colti e preparati, non di lavoratori precari e senza formazione. La vera “giustizia sociale” sta nel dare a un ragazzo gli strumenti per eccellere in quello che realmente vuol fare.

Formare un professionista, un tecnico della ristorazione o della sala altamente specializzato in una regione a vocazione turistica come la nostra Puglia, significa dare alla persona gli strumenti per creare valore immediato e per incidere direttamente sulla qualità della vita della comunità. Un addetto specializzato dell’industria turistica è un cittadino che contribuisce attivamente alla tenuta economica di un territorio, non solo nel breve periodo, ma anche in un periodo medio-lungo generando ricchezza che si traduce in tasse per i servizi pubblici, dunque in sicurezza sociale per tutti.

L’istruzione professionale non è un ripiego, ma una forma di formazione piena. Valorizzarla non significa abbassare il livello culturale, ma elevare il “saper fare” a rango di cittadinanza consapevole. Un Paese che non forma tecnici è un Paese che smette di produrre, di innovare e, infine, di garantire i diritti sociali ai propri cittadini

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