Un paio di settimane fa l’UNESCO ha dichiarato la cucina italiana patrimonio dell’Umanità. Lo ha fatto da Nuova Deli, in India, alla presenza del nostro Ministro (sic!) degli Esteri Antonio Tajani che, preso da italica euforia, d’avanti ad un gruppo di ufficiali e sottufficiali dell’Aeronautica Militare, lì presenti, si è lanciato in un disumano e scomposto ghereghè, grido di battaglia degli Avieri d’Italia. Più che grido di battaglia è sembrato, a chi come me ha fatto il militare in Aeronautica, un disperato latrato, ma ci sta, per la Patria si fa anche questo. Il siparietto è stato, se possibile, ancora più esilarante dei saltelli sul palco di Atreiu.
Mentre Tajani si esibiva in improbabili urla bellicistiche, a Roma, un compassato Ministro (sic!) della Cultura (sic!), in elegante doppiopetto, insieme allo (sic!) nostra (sic!) Primo (sic!) Ministra (sic!) Gioggia Meloni, celebrava in pompa magna l’epocale evento del trionfo e del riconoscimento terraqueo delle italiche tradizioni culinarie da dietro un palchetto, sul quale era inserito un patriottico pulsante. Pigiando su di esso hanno illuminato con il tricolore il Colosseo, simbolo di Roma eterna e imperituro monito al mondo intero. Sono sicuro che, mentre spingevano, con maschio vigore, il pulsante, nelle loro menti aleggiasse un “Eia, Eia Alalà”, ma, al contrario del loro collega Tajani, non se la sono sentita di esternarlo in pubblico perché ancora prematuro come manifestazione di giubilo. Per adesso meglio tenerlo in caldo allenandosi ad intonarlo solo in ristrette festicciole private in attesa di tempi migliori.
Vinto dall’emozione, mentre assistevo a questi eventi epocali con calde lacrime che mi rigavano le vetuste guance, mi sono saliti, da reconditi recessi dell’anima, alcuni interrogativi che mi hanno rovinato la festa. Un po’ come accade quando si va a teatro per assistere alla Cavalcata delle Valchirie di Richard Wagner e appena si spengono le luci e ci si accinge a godere delle note possenti dell’autore teutonico, arrivano le insidiose domandine: ma ho chiuso il gas? ho spento la luce in soggiorno? ho dato due mandate alla porta? Quelle domande, insomma, che ti rovinano la festa.
Così, mentre guardavo il colosseo illuminarsi di bianco, di rosso e di verde e pensavo che, finalmente, a Dio, Patria e Famiglia possiamo aggiungere Rigatone, le maledette domande hanno cominciato a fare capolino. Ma cosa si intende per Cucina Tradizionale Italiana? Si parla della Pasta alla Norma o dei Canederli alla tirolese? dei Cappelletti in brodo o del Brodetto di Vasto? delle orecchiette della signora Nunzia di Bari Vecchia o delle lasagne alla bolognese? e, soprattutto, della Parmigiana con la ricetta della nonna materna o quella della nonna paterna (scuole di pensiero diametralmente opposte con lunghe disquisizioni durante i pranzi natalizi)?
Vabbè, il danno è fatto e la festa è rovinata. Non so dare una risposta neanche ad una delle domande che il maledetto spiritello continuava a sussurrarmi nelle orecchie. Mentre mi crucciavo cercando impossibili risposte mi è venuta una illuminazione. Non sarà che la cucina italiana è stata riconosciuta come Patrimonio dell’Umanità perché appartiene all’umanità? Forse gli Illuminati membri della giuria hanno riconosciuto nella cucina italiana la forza che le deriva dall’essere il risultato dei mille popoli che sono approdati sulle patrie sponde e di quanto ognuno ci ha lasciato? Dei prodotti, spezie, specie animali e vegetali, giunti da tutti gli angoli della terra e che hanno trovato qui gente con la mente aperta che li ha accolti e che ha rielaborato ciò che “gli altri” portavano con sé? Delle donne che hanno saputo dialogare con altre donne con cui hanno scambiato i reciproci antichi saperi? Degli uomini che hanno saputo dialogare con altri uomini con cui hanno scambiato i reciproci antichi saperi piantando nuove essenze e adottando nuovi sistemi per coltivare e irrigare la terra e di pescare nel grande mare? Certo, ci sono state tante guerre, è stato versato tanto sangue, ma alla fine prevaleva la curiosità e l’accoglienza. Mi è stato di conforto anche il ricordo del nonno che a fine pasto si metteva due fette di percoco nel bicchiere di primitivo e pensavo che, probabilmente, il nonno, doveva dire grazie a Giovanna d’Aragona che forse aveva introdotto nel Viceregno napoletano qualcosa che somigliava ad una sangria de noantri. Il nonno non se lo sarà mai posto questo quesito, ne sono sicuro, ma per me è stato rivelatore e mi ha riconciliato con la cucina italiana. È stato un riconoscimento giustissimo nei confronti di tutta l’Umanità che ci ha permesso, oggi, di godere di quello che è sulle nostre tavole, da Siracusa ad Aosta. Una bella lezione di apertura mentale ci è venuta da questo riconoscimento. Propongo al Ministro (sic!) Francesco Lollobrigida di cambiare il nome del proprio dicastero da Ministero dell’Agricoltura della Sovranità Alimentare e delle Foreste in Ministero dell’Agricoltura della Internazionalità Alimentare e delle Foreste. Ma forse non sarà in grado di cogliere la sottile differenza così impegnato com’è nella sua campagna contro il bicchiere d’acqua.
E quando la Primo Ministra urlava che i poveri Comunisti sono dei Kebabbari mi sono chiesto cosa la turba del kebab che, in fondo, altro non è che straccetti di carne arrostiti in verticale anziché in orizzontale. Mah, valli a capire sti sovranisti.
Alla fine di questa storia non posso non ricordare che, mentre noi, in questi giorni di festa, onoriamo la nostra cucina Patrimonio Immateriale (mica tanto, se proprio vogliamo dirla tutta) dell’Umanità con lauti banchetti, 116 (centosedici) poveri disperati, uomini, donne e bambini, morivano nel buio e nel freddo, inghiottiti dal mare. Con loro non potremo mai scambiare saperi e sapori. Sono andati perduti per sempre.
*Cosa c’entra la Torre di Babele?
Ho sempre ritenuto l’episodio biblico narrato nella Genesi una fortuna per l’umanità. Quando gli uomini vengono puniti da Dio mischiando le loro lingue e disperdendoli ai quattro angoli della terra, in realtà ricevono il dono più grande: la diversità. E penso che anche l’Onnipotente ne fosse consapevole. Se Il Supremo non avesse disperso le Genti in mille etnie non avremmo, oggi, le piramidi d’Egitto, il Taj Mahal, gli acquedotti romani, Notre Dame, la Muraglia Cinese, Il Rinascimento, il Barocco, il Palazzo Top Kapi a Istambul, ecc. ecc. Avremmo solo un’unica, solitaria torre sovraffollata di turisti (mono Over Tourism, si sarebbe detto). Per quanto bella sarebbe stata anche molto triste e noiosa. Non avremmo avuto le mirabili Opere frutto dell’ingegno degli uomini, sintesi della molteplicità delle influenze e degli scambi tra tutte le genti del mondo.
Un po’ come la pasta al forno, d’altronde.
