Una visita guidata di 270 anni fa. Il Monastero di San Benedetto nel 1749 (seconda parte)

Rievocare stanca (7), la rubrica di Paolo Perfido su Oggiconversano.it

Giovedì 30 gennaio 1749. Dopo una notte con qualche intemperanza digestiva, riprendiamo la visita degli ambienti della clausura di San Benedetto con il Vescovo Castrese Scaia, il notaio Michele Guastamacchia, la Madre Badessa donna Fioralba Maurelli e due nuove consorelle diverse da quelle che ci hanno accompagnato nei giorni scorsi. In realtà mi accorgo che sono altre solo quando una di loro mi chiede se volevo un bicchierino di rosolio. A colpo d’occhio, a me sembrano tutte uguali queste monachelle.

Ma prima di cominciare a raccontarvi della visita che ci accingiamo a fare, vi devo ragguagliare sulla cena di ieri sera. Dopo alcune portate a base di verdure, in cui troneggiava la Cima gnor, una antichissima varietà di broccolo tipica delle aree interne del sud-est barese, ci è stato servito un monumentale “timballo di maccheroni in pasta frolla” (per la ricetta vi rimando al Cuoco galante scritto da Vincenzo Corrado nel 1786). Qualsiasi commento sulla bontà del piatto è superfluo. Per la cronaca, il Vescovo ha chiesto il bis.

1. Frontespizio del ricettario del XVIII secolo scritto da Vincenzo Corrado

Quando pensavo che saremmo passati alla frutta e ai dolci, ci siamo visti arrivare un vassoio con un polletto farcito a testa, cotto alla griglia, accompagnato da ricotta fresca e verdure varie, coltivate nell’orto del monastero e saltate in padella. Mentre io venivo colto da visioni angeliche, il resto dei commensali non ha battuto ciglio, forse perché abituato a questo ben di Dio e a questi sapori per me assolutamente inediti.

Finalmente siamo arrivati alla frutta: arance (che una monaca di origine campana continua a chiamare portualli), le melannurche, che mi spiegano essere mele raccolte acerbe in autunno e lasciate maturare nella paglia, al pari delle sorbe, che subiscono lo stesso trattamento per poter maturare in pieno inverno. Se devo dirla tutta, non ho mai mangiato una mela così saporita. E poi fichi secchi, mandorle tostate e, dulcis in fundo, appunto, i dolci. Come disse un tale: e che ve lo dico a fare?

Stamattina, quindi, dopo una lauta colazione, che vi risparmio di descrivere, tra marmellate e pasticcini vari, siamo finalmente operativi e possiamo partire per il nostro giro di ispezione. Si comincia con la visita del noviziato.

Per prima cosa, il Vescovo chiede se ci siano camere e celle separate per le novizie, in modo da poterle visitare. La Madre Badessa e la suora preposta all’insegnamento spiegano che le giovani religiose devono svolgere due anni di “apprendistato”: il primo “in capillis, cioè senza vestizione di abito monacale, el’altro doppo aver preso l’abito come da tempo antico si è costumato … pertal’esercizio si servono delle loro stesse camere che se li sono assignate…”.

Il Vescovo, con il sopracciglio alzato, detta al notaio queste perentorie parole: “Premendo molto a noi à tenere della disposizione conciliare, costituzioni e d’ordinanze apostoliche, che in tutti i Monisteri Regolari di Reverende Moniche debbano esservi un tal preciso luoco separato chiamato il Noviziato”.

Quindi la situazione attuale non va per niente bene. Ma il Vescovo, uomo saggio e pratico, suggerisce una brillante soluzione: “… in detta Clausura vi è il bel comodo delle Camere chiamate le Camere delle signore dell’Eccellentissima Casa Acquaviva, delle quali oggi il Monistero sene serve e fa uso, per disponere le sue vettovaglie, quando queste si possono mettere commodamente nelle officine del medesimo. Quindi ordiniamo che fra’l’ tempo dell’elezione della nuova badessa speditamente si evacuano dette Camere, e Cucina, e le medesime debbono restare pe’l commodo necessario del noviziato, come loco separato, e capace per le novizie per dormire separatamente, e si ligano due Maestre medeme atte per tal’ officio”.

Siccome non ho ben capito di cosa si stia parlando, mi viene in soccorso una delle due monachelle che ci sta accompagnando. Mi racconta che più di un secolo prima, esattamente nel 1619, la Badessa Donna Caterina Acquaviva d’Aragona, oltre al completamento del chiostro grande, si fece costruire un vero e proprio palazzo, all’interno del Monastero, destinato a ospitare le badesse appartenenti alla famiglia comitale. Naturalmente, quando a dirigere il cenobio ci sono badesse appartenenti ad altre famiglie, anche se di nobili origini, il palazzo rimane vuoto e viene usato come deposito.

La monaca mi fa notare che, se fossi stato più attento, senza pensare in continuazione alle pastarelle e al rosolio, avrei senz’altro notato l’iscrizione sul portale dello scalone di accesso al piano superiore, presente nel chiostro. Le dico: “Avete ragione, sorella, mea culpa” e mi defilo mortificato.

Adesso che la questione mi è chiara, trovo la soluzione proposta da Castrese di grande buon senso. Ciò che mi intriga maggiormente, però, è il fatto che nel Seicento fosse stato possibile costruire, all’interno stesso del monastero, un intero palazzo, con tanto di corte interna, cucine, ambienti di servizio e stanze con soffitti affrescati. Adesso che ci penso, spesso mi è capitato di sentir parlare di una stanza della Badessa affacciata sul loggiato della corte interna del “palazzo”, con un soffitto dipinto, e di una tela che da anni aspetta di essere ricollocata al suo posto al centro di esso.

Questa visita ci fa anche capire quanto fossero potenti gli Acquaviva d’Aragona e quanta influenza esercitassero sul Monastero attraverso le Badesse della loro casa.

Il Vescovo, inoltre, ordina, a chiare lettere, che nel noviziato non debbano entrare le monache, salvo le maestre, se non in casi eccezionali. Si concede, comunque, alle novizie di poter scendere alle grate “se non qualche volta colli soli parenti di primo e secondo grado, sempre accompagnate dalle Maestre”. E aggiunge: “Similmente cosi ancora siano accompagnate quando devono andare in Coro, o per divertimento nel giardino, seu orto, ò in qualche belvedere, né quali luoghi stiano divise dall’altre Monache. E cossi e non altrimenti” Praticamente, queste povere figlie, giovanissime, vivono in regime di 41 bis: non solo in isolamento dal mondo, ma anche dalle altre monache.

Passiamo a visitare la sacrestia interna, dove tutto è trovato in ordine. Viene solo richiesto che si faccia un armadio in cui riporre le suppellettili.

Subito dopo andiamo a visitare l’Archivio delle scritture. Questo luogo mi interessa molto perché è qui che si conserva la memoria dei tanti secoli del Monastero. Infatti, il Vescovo ordina: “Che sene faccia esatto, fidele, ed autentico inventario à tenore della disposizione della Santa memoria di Benedetto Papa XIII° (!) quale si dovrà tenere ben custodito alla perpetua scienza delle scritture, e di loro conservazione”. In realtà il Papa nel 1749 è Benedetto XIV. Anche i notai possono sbagliare il numero delle asticelle dei numeri romani.

L’importantissimo archivio, in cui è custodito il celebre Cartularium del Monastero di San Benedetto, fonte inesauribile per generazioni di studiosi, è collocato in quello che nel XXI secolo diventerà il salone di ingresso del Museo civico archeologico della città di Conversano. Infatti, si trova nella camera “nella quale sta la crata attaccata all’angolo della Porta maggiore della Clausura a man sinistra dirimpetto alla porta maggiore della chiesa, ed à fianco alla camera del Pozzo”. Quindi, l’ambiente di fronte al portale principale della chiesa, cioè quello a fianco del campanile romanico.

Attigua all’archivio è collocata la cosiddetta “stanza del pozzo”. Il Vescovo detta velocemente alcune prescrizioni al notaio, ma lo fa con tale fretta che il poveretto non fa in tempo a scrivere con chiarezza quanto gli viene dettato e redige un testo quasi incomprensibile. Gli unici dati certi sono che la stanza del pozzo è posta a fianco all’archivio, è un ambiente buio, umido e malsano e che va murato l’attuale accesso di fronte al portale della chiesa e aperto uno nuovo accesso all’interno della clausura. Interessante l’attenzione che il Vescovo presta ai lavori in muratura che prescrive. Infatti, in riferimento alla chiusura della porta, ordina che questa “sia di pietre vive uniformi al lavorio antico, e non apparisca punto di dissuguaglianza…”.

Passiamo al refettorio, luogo a tutti noi particolarmente caro. E che dobbiamo dire sul refettorio? “…per essere questo capace alle Reverende Religiose, tenendosi poliziato, e mondo, benchè all’antico colla sua cattedra per leggersi una colle menze, e sedili ben situati di lavorio antico di Noce…”, il Vescovo l’approva.

Anche sui due chiostri Castrese non ha nulla da ridire. Ma sul chiostro medievale, che il vescovo chiama “la Clausura del Monistero de’ Reverendi Padri Benedettini”, ho da ridire io qualcosa. Riesco a stento a riconoscere il luogo per come lo ricordo.

2. Stato dei luoghi del chiostro medievale prima degli interventi di recupero degli anni 20-30. Trifore medievali e loggia seicentesca

A testimonianza dell’antico ambulacro del chiostro non è rimasto praticamente nulla se non una sbilenca copertura in legno, con al di sopra dei coppi, posta a proteggere dalle intemperie l’accesso alla cripta e alla sala capitolare. Questa copertura poggia su una coppia di trifore, ultima testimonianza dell’ambulacro originario del chiostro medievale. Poi, con mia grande meraviglia, noto sulla facciata del refettorio la presenza di un imponente loggiato, che mi dicono risalire al secolo precedente, probabilmente realizzato insieme ai lavori seicenteschi di ampliamento del Monastero con la costruzione del nuovo chiostro, della casa delle “Signore” di casa Acquaviva d’Aragona, del campanile esterno e del portale laterale della chiesa. Il loggiato verrà demolito all’inizio degli anni Trenta del ‘900 e l’intero chiostro sarà sottoposto a pesanti lavori di ristrutturazione e di “reinvenzione” degli spazi.

Procediamo, quindi, con il dare un’occhiata alla cripta: Il Soccorpo inferiore. “Avendo osservato il soccorpo benche picciolo, che vi è dentro la clausura (chiostro) del Monistero de Reverendi Padri Benedettini antichi attaccato alle fabbriche dell’ala destra sotto l’Altare dell’Immacolata Concezione in cui si scende per una porta coverta da picciol soffitto di tavole con imbrici per riparo delle acque…”.

Anche sulla cripta, il Vescovo non ha nulla da ridire, quindi possiamo passare alla sala capitolare, che è attigua alla cripta e chiude a sud-est il chiostro medievale.

3.0 Pianta della cripta della chiesa del monastero di San Benedetto

Questa è una grande sala dove campeggia, sulla parete settentrionale, l’immagine “… del Santissimo Crocefisso con lampade accesa, in cui si vede eretta la sedia più eminente nel prospetto di detta sacra immagine per la Signora Badessa che suol proponere alle Reverende monacche vocali proposizioni negli affari del Monistero…”.

Anche qui, nulla da dire, forse anche perché si è fatto alquanto tardi e un certo appetito serpeggia nel gruppo. Infatti, seguendo un irresistibile profumino, ci avviamo verso la cucina. Ultima tappa della nostra visita. Ma qui il Vescovo rimane fortemente turbato da quello che si trova davanti. “Della cucina per essere questa non poco angusta, stretta, oscura, e fumosa con incommodo grande alle Religiose, e specialmente alle converse”. Mi chiedo come sia possibile che da questi ambienti possano uscire prelibatezze come quelle di cui abbiamo goduto in questi giorni. Ma comunque, non resisto: mi approprio di un pezzo di pane appena sfornato e lo intingo in un pentolone, senza chiedermi neanche cosa stia bollendo in esso. Sento suonare tutte le trombe del paradiso.

Il Vescovo ordina: “che si ampliasse dal lato destro, con tirarsi ancora la fabbrica nella parte anteriore fino di suopra il pozzo, che sta per uso di detta cucina fuor della medesima al scoverto molto nocivo in ogni tempo alla salute delle medesime…”.

Infine, un’occhiata alle “officine interiori” dove si nota che “…il cellaro per esser questo scommodo alle Religiose, e per non mantenersi il vino in tutto l’anno, perché non viene dominato dal Ponente, e Tramontana, lo remettiamo al parere della congregazione Economica da noi destinata col parere dei periti”. In questo caso, credo che il parere del Vescovo sia stato un po’ condizionato dalla qualità del vino servito ai pranzi e alle cene che, come mi ha confidato ieri sera, era un po’ andato all’aceto. Infatti, è l’unico ambiente su cui ha avuto da ridire, mentre per le officine, cioè la “dispensa, la camera delle opere manuali, magazzeni, forno, fenestre, e scale di pietre le abbiamo approvate”.

“Tutt’appost” dice il notaio, e ci mette un punto.

Con queste ultime disposizioni si conclude l’ultima giornata di visita. Mi dicono che ci si rivede il 26 febbraio 1750 per “La visita reale dello stato economico del Monistero”.

4. Pianta del monastero di San Benedetto con l’indicazione con alcuni dei luoghi visitati dal Vescovo Castrese Scaia nel 1749: 1 Casa delle Signore dell’Eccellentissima famiglia Acquaviva; 2 Sacrestia interiore; 3 Archivio; 4 Refettorio; 5 Accesso alla cripta; 6 Loggia seicentesca; 7 Sala capitolare.

Io, essendo poco incline alle questioni finanziarie e avendo anche altro da fare, saluto tutti cordialmente, ringrazio la Badessa per la squisita (in tutti i sensi) ospitalità e mi accingo a tornare nel 2026. Il Vescovo mi ha autorizzato a proporre questo percorso attraverso gli ambienti del Monastero come un vero e proprio itinerario di visita. Alcuni luoghi sono cambiati nel corso del tempo, ma la maggior parte sono ancora riconoscibili e hanno mantenuto l’aspetto che avevano nel 1749. Anche quelli che hanno subito trasformazioni nel tempo sono ancora in larga misura riconoscibili. L’unico rischio sono i restauri moderni che nella foga di cambiare le funzioni, spesso non si curano di stravolgere anche l’aspetto originario.

I muri e le pietre ci sono ancora, ma ciò che manca è la vita delle decine e centinaia di suore e novizie che hanno animato questi ambienti, con le loro piccole storie quotidiane. E prima ancora di loro i monaci benedettini che per 300 anni sono stati presenti tra queste mura. Ci mancheranno i profumi provenienti dalle cucine, la dolcezza delle paste di mandorla e, un po’, quel sapore con un leggero retrogusto di aceto del vino della casa.

Oggi il monastero ospita associazioni, incontri culturali, mostre, biblioteche, archivi, un museo archeologico. È un luogo vivo, con tanti giovani e tante attività. Esattamente l’opposto di quello che è stato nei secoli scorsi, quando regnava il silenzio e la preghiera, ma anche, in tanti casi, la tristezza di donne giovani e meno giovani che, loro malgrado, sono state costrette a passare la loro intera esistenza tra quattro mura, senza poter neanche vedere quello che accadeva al di fuori di esse. Senza poter parlare neanche con i loro parenti più stretti, se non attraverso pesanti e fitte grate che il Vescovo Castrese Scaia ordina di infittire ulteriormente.

Per questo, raccontare le loro storie, oltre ai muri in cui vivevano, ci sembra un nostro preciso dovere. Lo dobbiamo a tutte quelle vite consumate in quegli ambienti, grazie alle quali oggi possiamo godere dei bellissimi spazi del Monastero di San Benedetto a Conversano.

Abbiamo iniziato queste nostre brevi passeggiate nella storia proprio con l’arrivo dalla Grecia delle monache cistercensi nel 1266 e chiudiamo con le monache nel 1749 dopo 483 anni. Da quella visita passeranno ancora altri due secoli prima che le monache lasceranno definitivamente il monastero. Una visita “guidata” nella loro casa merita che un pensiero e un ricordo vadano anche a loro.

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