Rievocare stanca (4), la rubrica di Paolo Perfido su Oggiconversano.it
A volte una breve annotazione riportata sulla pagina ingiallita di un documento d’archivio può aprire uno spiraglio di luce su una vicenda avvenuta secoli fa. In questo modo veniamo a conoscere personaggi, luoghi, situazioni che riemergono dal passato e di cui, se non fosse per quelle righe vergate da un monaco, da un notaio, da un segretario di corte o da un mercante, non sarebbe rimasta alcuna traccia.
Una fonte formidabile e inesauribile di informazioni, aneddoti e vicende è il famoso chartularium del monastero di San Benedetto di Conversano. In questa raccolta di manoscritti sono riportati episodi che hanno avuto come protagonisti prima gli abati e i monaci benedettini e poi, dal 1266, le badesse e le monache cistercensi. Nello scriptorium del monastero veniva annotato pazientemente, su pergamena, tutto ciò che riguardava il cenobio, come contratti di compravendita, contenziosi, passaggi di proprietà, obblighi di celebrare messe a suffragio delle anime dei defunti che avevano predisposto cospicui lasciti prima di morire.
Possiamo quindi immaginare quante storie – e quanta Storia – siano racchiuse in quelle pagine. Quanti nomi, quanti mestieri e quante proprietà passate di mano in mano sarebbero scomparsi nel vuoto del tempo se un monaco non avesse intinto la punta della sua penna d’oca nell’inchiostro per vergare, in poche righe, una vicenda umana, anche se apparentemente insignificante ai nostri occhi moderni?
Si tratta, spesso, di piccoli frammenti di vita quotidiana che però – come quando si socchiude una porta e uno spiraglio di luce entra in una stanza buia illuminando un oggetto – ci fanno scoprire anche ciò che accadeva intorno a episodi apparentemente minori. Nel chartularium sono raccolte testimonianze che dal X secolo arrivano fino al 1810, anno in cui il monastero venne soppresso.
In uno dei tanti documenti conservati viene riportato un episodio accaduto nel 1256 in cui si dice che un tale Cristoforo (Christofalus), castellano e procuratore di Conversano, espropria un edificio di proprietà del monastero perché ubicato nella corte della torre e del castello.
Naturalmente Cristoforo non agisce a titolo personale, ma in qualità di rappresentante del potere regio a Conversano. Il potere è quello della dinastia sveva che aveva assegnato nel 1239 la contea a Filippo Chinard, alto funzionario di Federico II, passato, dopo la morte del Puer Apuliae avvenuta nel 1250, alle dipendenze di re Manfredi. Nel 1256, all’epoca dei fatti narrati nel chartularium, la corona regia era quindi sulla testa di quest’ultimo.
Ma torniamo al nostro documento: Chinard ritiene ingiusta la decisione del suo procuratore e concede al monastero, come risarcimento per il danno subito, due case (casilia) nelle vicinanze di un castello vecchio (castelli veteris)ubicatonei pressi dellaporta nuova della città (porte nove civitatis).
Quante cose scopriamo in poche righe sul periodo svevo a Conversano, epoca su cui non ci si sofferma ancora a sufficienza: veniamo a conoscere il nome del procuratore Cristoforo, la forza del monastero di San Benedetto – capace di tener testa e volgere a proprio favore una decisione dello stesso procuratore –, l’esistenza di una portanuova e di un castellovecchio.
Il documento ci parla anche di Filippo Chinard – figura importantissima dell’entourage svevo – a cui l’imperatore, come detto, affidò la contea di Conversano nel 1239 e che la mantenne fino alla sua tragica morte nel 1266, quando gli Angioini di Carlo I d’Angiò cancellarono la dinastia sveva dall’Italia meridionale con la battaglia di Benevento, in cui fu sconfitto Manfredi.
Ma chi era Filippo Chinard, questa figura di spicco nel panorama internazionale così legata alla dinastia degli Hohenstaufen? Nacque intorno al 1205 da una famiglia che aveva ottenuto feudi a Cipro, isola sottratta ai bizantini durante la Terza Crociata. Filippo partecipò alle lotte contro i Lusignano – che combattevano per l’autonomia dell’isola dal potere imperiale –, restando sempre fedele all’imperatore che ne rivendicava il possesso. Nel 1229 lo troviamo a lottare per la difesa della città di Kyrenia, sulla costa nord dell’isola, al fianco di Gualtieri d’Acquaviva (esponente della famiglia abruzzese ben nota a Conversano) inviato da Federico II. Nel 1233 la città capitolò e Chinard fu costretto a lasciare l’isola, privato di tutti i suoi feudi.
Nel 1239 gli furono concesse dall’imperatore la città e la contea di Conversano, di cui facevano parte anche Turi, Casamassima e Terlizzi. In un diploma del 1241, Chinard si qualifica come «Dominus Cupersani». L’importante ruolo che Filippo Chinard riveste presso la Corte di Federico II è anche documentato dall’aver assunto nel 1239 la direzione dei lavori del castello di Trani, come si legge in una iscrizione, e per aver ricoperto la carica di castellano di Bari nel 1247.
Prima con Federico e poi con Manfredi, Filippo Chinard svolse un ruolo di esperto di architettura militare grazie all’esperienza acquisita negli anni ciprioti e alla conoscenza delle tecniche di difesa e di attacco maturate nelle regioni del Levante controllate dai regni crociati. Chinard intervenne verosimilmente in diversi progetti di ammodernamento dei castelli pugliesi, tra cui, è da ritenere, anche quello di Conversano. Purtroppo, la mancanza di documenti, di riscontri epigrafici e di indagini archeologiche non ci permette di individuare quali parti potrebbero essere attribuite con certezza alla sua figura, tuttavia, è inimmaginabile che proprio il castello della principale città della contea a lui affidata non fosse stato oggetto di interesse delle sue profonde conoscenze sull’architettura fortificata.
Alla morte di Federico II, Chinard seguì le sorti della dinastia sveva passando dalla parte di re Manfredi, che lo insignì della carica di ammiraglio della flotta siciliana. Dopo qualche incertezza e passaggio di campo gli furono riconosciuti, come reggente indipendente, l’isola di Corfù e le città di Valona, Canina e Berat; nel 1266, tuttavia, fu assassinato in una congiura, seguendo il tragico destino degli Svevi.
Arrivati a questo punto, avendo delineato la figura di questo alto funzionario imperiale, possiamo tornare alla vicenda da cui siamo partiti.
Abbiamo visto che Chinard ordina al suo procuratore Cristoforo di risarcire il monastero di San Benedetto per il danno subito a causa dell’esproprio di una casa ubicata nella corte della torre e del castello («quod quedam domus est in curte turris et castelli»). Se pensiamo a come ci appare oggi il castello e l’area ad esso circostante, abbiamo sicuramente difficoltà a interpretare il brano. Ci verrebbe spontaneo pensare al Largo di Corte o alla corte interna del castello, ma capiamo immediatamente che ci mancano alcune tessere per completare il mosaico. Dobbiamo perciò avere la capacità di fare piazza pulita di tutte le fabbriche attuali e lasciare solo gli elementi certi presenti all’epoca, provando a immaginare quale fosse la situazione topografica di Conversano alla metà del XIII secolo.
Un dato certo è quello della presenza del fronte delle mura megalitiche e di un salto di quota di quattro-cinque metri tra l’interno e l’esterno delle mura. Infatti, dobbiamo sempre ricordare che la cinta di età arcaico-classica altro non era che un possente muraglione di contenimento della sommità della collina dove sorgeva la città di Norba.
Tra gli altri edifici della cui presenza possiamo essere certi c’è la Cattedrale romanica, sorta tra XI e XII secolo sui resti di una precedente chiesa paleocristiana e, naturalmente, il cenobio benedettino, fondato a ridosso del tratto orientale delle mura arcaiche, che all’epoca aveva dimensioni ben più ridotte rispetto alle attuali con intorno ampi spazi vuoti coltivati ad ortaggi e frutteti.
Quindi, partendo da questi dati, possiamo ritenere che in età normanna si fosse messo mano ai due importanti centri di culto con cantieri di ampliamento delle antiche fabbriche altomedievali per dare loro una nuova veste romanica, e, al tempo stesso, si stesse lavorando alla realizzazione di una robusta torre (donjon), che poi diventerà la cosiddetta Torre Maestra del castello.
I normanni erano soliti realizzare le loro fortezze ai margini delle città conquistate. Queste consistevano essenzialmente in una torre circondata da un’alta muraglia che formava una corte, all’interno della quale vi erano anche ambienti di servizio come stalle, depositi, alloggi per la guarnigione, ecc., mentre la torre era destinata a residenza del castellano e come ultima difesa in caso di attacco e capitolazione della città.
Per spiegare la presenza, come dice il documento, di una casa all’interno del recinto (curte) vicino alla torre, dobbiamo immaginare che l’edificio dei benedettini, oggetto del contendere, fosse preesistente alla realizzazione del recinto murario da parte dei normanni e che fosse stato inglobato all’interno di esso, rimanendo, comunque, di proprietà del monastero. Sarebbe difficile pensare che i monaci potessero aver costruito ex novo ed ex post una casa all’interno della corte di un castello. Non è un caso che l’esproprio viene giustificato dal fatto che la casa era utile e necessaria alla corte, essendo vicina alla torre («que domus erat valde utilis et necessaria curti pro eo quod erat vicina turri»).

La ricostruzione non si basa su documenti o riscontri archeologici ma esclusivamente su ragionamenti fatti su quanto riportato nella pergamena del 1256 contenuta nel Cartularium di San Benedetto.
I monaci ottengono in cambio due casilia (termine che in latino medievale può assumere diversi significati: ruderi, lotti edificabili, piccole strutture rustiche) vicino alla porta nuova del vecchio castello («que casilia fuerunt castelli veteris in vicinia porte nove civitatis»).
E qui la situazione si complica ulteriormente.
La frase in sé, anche se in latino medievale, è sufficientemente chiara anche per chi ha solo qualche rada reminiscenza degli studi classici fatti in gioventù. Casilia indica certamente, in questo contesto, dei piccoli fabbricati; castelli veteris un vecchio castello; porte nove civitatis una porta nuova della città. Il problema sorge quando mettiamo insieme questi tre elementi, poiché la loro combinazione crea non pochi dubbi sulla topografia antica della città di Conversano.
Stando a quanto attestato nel documento, veniamo a sapere che Conversano, ancora nel XIII secolo, pare avesse due castelli: il primo, la torre con il recinto, più recente, realizzato verosimilmente in età normanna – quindi un centinaio di anni prima, o poco più, rispetto all’epoca dei fatti narrati -, e un secondo castello “vecchio”, di cui però non abbiamo traccia in altri documenti d’archivio a noi noti. Dove si trovava la Porta Nuova? E dove si trovava il castello vecchio?
Per fortuna, alcuni elementi per cercare di risolvere il busillis li troviamo nello stesso documento un po’ più avanti, dove vengono descritti i confini dei due casilia ceduti ai benedettini: ad oriente avevano il muro della città; a sud vi erano le porte di accesso alle due proprietà – forse i casilia avevano una piccola corte antistante da cui si accedeva agli immobili – presso la casa di un certo Angelo di Terlizzi; a occidente vi erano la casa e il cortile di Trabodo, figlio del giudice Petracca, e le case della chiesa di San Bartolomeo; a settentrione vi era l’orto del suddetto monastero.

B. La porta nuova con il vicino castello vecchio.
C. Tracciato delle mura antiche della città.
D. San Bartolomeo (Santa Chiara).
E. Monastero di San Benedetto
Le case erano chiuse ad est dalle mura, ad ovest dalla chiesa e dalle fabbriche di San Bartolomeo (Santa Chiara), a nord dall’orto di San Benedetto, a sud l’accesso alle case.
Questi riferimenti non ci sarebbero stati di grande aiuto se non fosse stata citata la chiesa di San Bartolomeo, già nota in documenti dell’XI secolo. L’antico edificio di culto e gli ambienti ad essa attigui furono abbattuti nel Cinquecento per far posto al monastero di Santa Chiara. Il contesto urbano duecentesco, così ricostruito, colloca in un’area abbastanza definita la posizione dei due casilia ma, soprattutto, ci fa sapere che ai tempi di Chinard esisteva una porta urbana all’epoca considerata nuova, che non può che essere la Porta della Gabella, data la vicinanza di questa alla chiesa di San Bartolomeo.
Quindi, riprendendo quanto scritto in un precedente articolo su Gualtieri VI di Brienne, nel 1338 l’angioino effettuò un rifacimento o un ampliamento della porta, e non un’apertura ex novo. Del resto, la necessità di avere in quel punto un’adeguata uscita dalla città già dal XIII secolo è giustificata dallo sviluppo del nuovo casale (Casalvecchio) che proprio in quegli anni si andava configurando lungo via Arringo e che, da lì a qualche decennio, vedrà anche la realizzazione del convento dei francescani proprio di fronte alla porta.
Rimane un ultimo interrogativo: dove era collocato il castello vecchio citato nel documento? Qui, purtroppo, non abbiamo appigli e possiamo procedere solo per supposizioni. L’unico dato in nostro possesso è quanto riportato nel Chartularium: «que casilia fuerunt castelli veteris in vicinia porte nove civitatis». Questo castello, quindi, era posto a ridosso di una porta o di una postierla (una piccola porta pedonale di servizio) che, probabilmente, era già presente in epoca altomedievale per imboccare le direttrici viarie verso Turi, Putignano, Castellana. La porta, quindi, fu rifatta in epoca sveva o tardo normanna e per questo definita nova. Una porta può certamente giustificare la presenza nei pressi di una struttura difensiva, ma un castello non scompare senza lasciare nessuna traccia; possiamo solo ipotizzare che per castello l’estensore del documento intendesse una torre attigua o sovrapposta alla porta, piuttosto che una struttura castellare vera e propria. Una seconda interpretazione potrebbe anche essere quella che i due casilia appartenessero (fuerunt) al castello vecchio, cioè fossero ambienti del castello vecchio, questo ad ogni modo, non modifica la sostanza di quanto abbiamo detto finora.
Un’ultima curiosità: la transazione viene fatta alla presenza dell’abate, dei monaci e di alcuni notabili con un rito di antichissima origine germanica presente nel diritto longobardo e franco, vale a dire con il passaggio del bastone (per fustem tradidimus casilia). In pratica, per suggellare l’accordo raggiunto, il proprietario passa simbolicamente un ramoscello al beneficiario e con questo suggella la rinuncia ad ogni pretesa sul bene ceduto e la piena proprietà da parte del ricevente. Però, dato che fustes volant e scripta manent tutti i presenti appongono la loro firma in calce al documento tranne il castellano, che firma con una croce (Signum manus).
Abbiamo visto come un episodio avvenuto più di 750 anni fa, riportato su una pergamena, ci abbia permesso di sollevare un velo su una parte di città che altrimenti non avremmo mai potuto ricostruire. Altri documenti (si spera) e altre riletture potranno aggiungere particolari e chiarire punti ancora irrisolti, purché non si parli di segreti e misteri, perché la Storia non ha segreti e misteri, ma solo fatti concreti che aspettano di essere chiariti con lo studio e la ricerca.
Quanto detto in questo articolo ci fa capire l’importanza degli archivi in cui è gelosamente custodita la memoria dell’umanità, le cui vicende vengono ricostruite pazientemente dagli studiosi partendo anche da episodi che ai nostri occhi possono apparire “minori. Nel caso di cui abbiamo parlato, un contenzioso legale ci porta nella grande Storia e nelle vicende tragiche degli anni a cavallo tra la dominazione sveva e quella angioina, con qualche riferimento anche a epoche precedenti ai fatti narrati. Ci parla della forza di un monastero in grado di far valere le proprie ragioni di fronte al potere regio, di poteri lontani che intervengono su questioni locali, di strade, piazze, chiese, porte e torri oggi scomparse, di uomini, mestieri e di usanze ancestrali che si tramandano per secoli.
Ancora una volta si sottolinea l’importanza dell’essere consapevoli del proprio passato, liberandolo dal fardello di narrazioni prive di fondamento o superficiali. Tanti studiosi si sono cimentati con le pergamene e le “carte” che il caso, o la fortuna, hanno permessero arrivassero fino ai nostri giorni. Questo è il nostro vero patrimonio, insieme alle pietre che ancora ci parlano, se sappiamo ascoltarle. Carte e pietre che meritano tutto il nostro rispetto e la nostra attenzione nel custodirle e tramandarle a chi verrà dopo di noi.