di Vito Fanizzi (magistrato della Corte d’Appello di Bari)
Cos’è la verità ?
Al cospetto di questa domanda, antica, come si sa, ed impossibile da scalare, il compito di un giudice è per fortuna semplificato: la verità è ciò che è stato provato ed accertato (o non accertato) nel processo. Un giudice può accettare serenamente l’ipotesi che la verità “convenzionale” della sua sentenza non corrisponda alla realtà dei fatti. Le sentenze finali rendono tonde le cose quadrate, dice un vecchio adagio.
Ma ha un prezzo questa serenità: lo scrupoloso e faticoso studio del processo, l’appassionato esercizio del dubbio di fronte alle mille pieghe della realtà (anche quando tutto sembra chiaro, chi può davvero conoscere la storia di un uomo e di un gesto ?). Talvolta, è necessario sentire e vedere con i propri occhi, perché anche il movimento di un muscolo del volto può essere importante: la feconda immediatezza delle prove, una delle prime cose che si apprendono nello studio del processo, sempre più rara nell’epoca dei processi telematici e delle testimonianze scritte.
C’è una parola in grado di designare la serenità citata ? Un’immagine ?
Mariano De Santis, il Presidente della Repubblica protagonista dell’ultimo film di Paolo Sorrentino, è un professore che ha dedicato migliaia di pagine, le pagine del suo manuale di diritto penale, alla “scalata dell’impossibile”: raggiungere la verità nel diritto penale.
E’ stato anche giudice.
Nell’ultimo semestre del suo mandato vive i dubbi legati a due domande di grazia ed alla promulgazione di una legge sull’eutanasia, sottoposte alla sua firma.
Le domande di grazia riguardano una donna che ha ucciso il marito, dal quale era maltrattata ed umiliata, ed uno stimato professore che ha ucciso la moglie malata di Alzheimer. La prima proviene direttamente dalla donna ed è viziata, agli occhi onesti del Presidente, da una raccomandazione pesante. La seconda domanda è sostenuta da tutti i concittadini del professore, disposti a giurare sul pietoso atto di amore.
Mariano De Santis non si accontenta dell’istruttoria predisposta dai collaboratori (“l’apparenza non è apparente”), decide di “vedere” direttamente (“non ci sono solo le carte, ci sono anche le persone”), di avvicinarsi alla verità (“il diritto fa vedere le cose solo da lontano”). L’incontro diretto con i due condannati gli fa capire quale sia stato l’autentico gesto di amore.
Anche nell’altra vicenda il dubbio sembra paralizzare il Presidente: “se non la firmo sono un torturatore, se la firmo sono un assassino”. Di fronte alla disarmante domanda della figlia (“di chi sono i nostri giorni ?”), Mariano De Santis oppone la “china fatale” che l’approvazione della legge potrebbe avvicinare. Mariano De Santis preferisce la cautela e la puntigliosa limatura della legge, prima di promulgarla. E’ vero, i nostri giorni appartengono solo a noi. Ma la nostra volontà è fragile, vulnerabile: spetta alla legge proteggerla. Anche in questo caso una visione diretta contribuisce ad orientare la sua scelta.
A questo punto il Presidente può lasciare il Quirinale e si avvia a piedi verso casa, uno sguardo al cielo ed un sorriso sul volto, nella situazione di assenza di gravità che aveva sognato.
Era tardi per la passione, c’era però tempo per qualcosa che le assomiglia: “la grazia…la bellezza del dubbio”.