Una visita guidata di 270 anni fa. Il monastero di San Benedetto nel 1749

Rievocare stanca (7), la rubrica di Paolo Perfido su Oggiconversano.it

Oggi parliamo della macchina del tempo. Chi non ha mai desiderato fare un viaggio a ritroso o in avanti lungo la linea del tempo? Ritrovarsi al fianco di Federico II, di Giulio Cesare, oppure andare ancora più indietro e spiare come vivevano i Neandertaliani. All’opposto, chi può dire di non aver mai desiderato di andare a vedere come andrà a finire una vicenda attuale o, più prosaicamente, quali numeri usciranno sulla ruota di Napoli nella prossima estrazione del lotto?

Materiali utili per un film di fantascienza o per una storia tratta dai fumetti di Topolino, dove il simpatico Archimede Pitagorico, sforna strampalate invenzioni, tra cui quella della macchina del tempo.

Ma siamo sicuri che non sia proprio possibile fare un viaggio nel tempo? Non nel futuro, ma nel passato. Il futuro è meglio non conoscerlo: potremmo restare fortemente delusi da come si evolveranno i tempi.

Nel passato, però, ci possiamo andare. Possiamo vedere come vivevano i nostri antenati, come pensavano, cosa mangiavano, quanti guai e quante opere nobili e belle hanno compiuto. Dove la troviamo questa macchina del tempo? È presto detto: in tutti gli archivi, in tutte le biblioteche, in tutti i musei, in tutti gli edifici storici. In tutti i luoghi, insomma, dove si conserva la memoria del passato.

Quindi, avremo la possibilità di ritrovarci, martedì 21 gennaio 1749, per fare una passeggiata nel monastero di San Benedetto a Conversano, accompagnando l’Illustrissimo e Reverendissimo Signore don Castrese (a volte citato come Castrense) Scaia, Visitatore Apostolico e Vescovo di Oria, incaricato di compiere una Sacra Visita nel cenobio delle monache cistercensi.

Il notaio apostolico Michele Guastamacchia provvederà ad annotare tutto quello che vedremo e farà una bella relazione finale che, tra qualche secolo, potrà anche tornare utile a qualche studioso. Le cose da vedere e da annotare sono davvero tante e richiederanno sicuramente alcuni giorni di visita e almeno tre volumi manoscritti.

1. Frontespizio della Sacra Visita compiuta nel 1749 dal vescovo Castrese Scaia al monastero di San Benedetto a Conversano

Ma iniziamo senz’altro la visita degli ambienti austeri del monastero con il vescovo, accompagnati anche dalla Madre Badessa, donna Fioralba Maurelli, dal notaio con carta, penna e calamaio e da un paio di consorelle per far fronte ad ogni eventuale necessità del gruppo.

Cominciamo, naturalmente, dalla chiesa. Il controllo è molto minuzioso e comprende non solo le fabbriche, ma anche tutti gli oggetti e gli arredi in esse contenuti. Il vescovo fa subito notare che il «Repositorio dell’olio Santo per l’inferme» è foderato di seta color bianco e questo non va per niente bene; quindi, ordina di rivestirlo di seta color pavonazzetto, fissata con chiodetti, e di apporre all’esterno dello sportellino della teca l’iscrizione Oleum Infirmorum – nel caso venisse in mente a qualcuno di condirci una frisella.

La prima giornata si limita a questa sola indicazione e non c’è tempo per altro. Recitata una breve preghiera si va tutti a cena, durante la quale il vescovo non nasconde il proprio disappunto nei confronti della nuova situazione politica del Regno e dell’avvento dei nuovi reggenti: i Borbone.

Pur giudicando positiva l’indipendenza del Sud Italia, sancita una decina di anni prima dal trattato di Vienna del 1738, e la conseguente autonomia della nuova nazione, non più alle dipendenze di potenze straniere, l’alto prelato non vede di buon occhio l’aria di rinnovamento culturale portata dal nuovo re Carlo. Anche se non lo dice apertamente, si capisce che non riesce proprio a mandar giù il nuovo regime fiscale, introdotto nel 1744 con l’istituzione del Catasto Onciario, al quale anche la Chiesa e i feudatari sono chiamati a versare una tassa sulle loro proprietà (alquanto blanda, in verità).

Il mondo sta cambiando a gran velocità ma il vescovo pare non accorgersene. Comunque, l’arrivo provvidenziale di un vassoio di pastatelle di cioccolata, preparate dalle monache, e di un bicchierino di rosolio alla cannella, sempre fatto dalle monache, riportano il sorriso sul volto di Castrese Scaia, e la serata si chiude con un discreto buon umore.

Il secondo giorno si comincia presto con il controllo dei cinque altari e delle immagini sacre su cui vengono impartite diverse prescrizioni, tra cui quella «che si appiani la menza dell’Altare (maggiore) in maniera che la pietra Sacra avvanza solo un mezzo deto (dito) sopra detta menza… », qualunque sia l’importanza di questa indicazione, pare che la Madre Badessa sia d’accordo perché continua ad annuire in silenzio, anche se mi è parso che in un momento di distrazione generale, abbia alzato, sospirando, gli occhi al cielo, ma forse ho visto male.

Inoltre, per quanto riguarda la Confraternita del Rosario, che ha sede nell’omonima cappella, il vescovo è categorico; «Ordiniamo che affatto si tolga detta Confraternita di persone laiche dell’uno, el’altro sesso, essendo un’evidente abuso da qualche tempo à questa parte introdotto contra reiterati decreti della sagra congregazione…». E adesso chi glielo dice ai confratelli? Mah, vedremo.

Vi risparmiamo tutte le altre minuziose indicazioni sugli altari del Crocifisso e della Santissima Concezione e chiudiamo qui la giornata.

Riprendiamo la visita il 23 gennaio. Giornata un po’ noiosa in cui il vescovo si sofferma nella visita del Confessionile che andrà ammodernato, essendo molto antico. Ordina che si rifacciano le grate infittendole e se ne aggiunga un’altra tra il confessionile e la cappella del Rosario. L’organo e il Pulpito vanno bene, per fortuna. Per il resto il vescovo dà qualche altra indicazione di carattere minore.

Il 24 restiamo sempre nella chiesa. La giornata comincia con un lungo e noiosissimo controllo delle reliquie custodite nel monastero su cui si danno varie indicazioni per una loro migliore e più consona conservazione.

La giornata si ravviva un po’ (si fa per dire) quando passiamo a descrivere le sepolture. Apprendiamo direttamente dalla sommessa voce della Badessa dove vengono sepolte le monache quando passano a miglior vita. Riporto fedelmente, a tal proposito, quanto sta annotando il notaio:

«Visita delle sepolture delle Monache Serve, e dell’eccellentissima casa d’Acquaviva.

Tanto la Sepoltura delle Rev.de Religiose avanti l’Altare Cardinale, che quella delle Serve nella porta della Sacrestia esteriore l’approviamo unitamente con l’altra dell’Eccellentissima Casa».

«Delle due Sepolture antiche de’ Padri Cisterciesi

Costandoci che in quelli non vi si sotterri nessun Cadavere, Monsignor Visitatore Apostolico li tolle- ra, e comanda si detengono a fine di conservarsi la memoria antica, ma proibisce espressamente sotto pena di scommunica ipso facto incurrendas, non si sepellisca Cadavere di nessun estraneo dell’uno, et altro sesso».

«Del Cimiterio

Per quanto ci siamo informati dalle RR. (Reverendissime) Monache, e da altri Oficiali del Monistero, egualmente ci è stato risposto, non esservi Cimiterio a parte, ma che le Ossa, e polveri si rimettono nell’istessse sepolture senza farsene estrazzione e così si continui inavvenire…».

Se non avessimo avuto questa opportunità di viaggiare nel tempo fino al 1749, non avremmo mai saputo che le badesse della famiglia Acquaviva disponessero di un loro spazio privato e separato dove essere sepolte; noblesse oblige; che le monache «serve», cioè quelle provenienti dalle classi meno abbienti e destinate ai lavori più umili, venissero seppellite da un’altra parte, discriminate, in pratica, anche dopo la morte; che ancora nel XVIII secolo fossero presenti le tombe, antiche di cinque secoli, di due monaci cisterciesi, rimaste lì come testimonianza della presenza maschile anteriore al 1266; e, infine, che, non essendoci un cimitero interno al monastero, le sorelle venissero sepolte sempre in uno stesso luogo, spostando le vecchie salme ormai ridotte in polvere.

Queste ultime rivelazioni ci hanno turbato non poco, pensando a quelle che erano le pratiche funerarie dell’epoca. I corpi venivano collocati sotto il pavimento della chiesa che, certamente, era dotato di botole e di vani sotterranei, cancellati dai rifacimenti della pavimentazione durante i restauri di fine Ottocento condotti nella chiesa dall’arch. Sante Simone.

Usciamo dalla chiesa con un certo sollievo per salire sul campanile esteriore, sul quale non si avventura il vescovo, che si farà riferire tutto da Michele Guastamacchia (il notaio). Infatti, Sua Eccellenza ordina di murare le aperture del primo livello e di chiudere con una grata in legno quelle del livello superiore, dove sono poste le campane, in modo che il campanaro non possa sbirciare all’interno della clausura né le monache verso l’esterno.

Dopo l’arrampicata sulla stretta e ripida scala del campanile, andiamo a dare un’occhiata alle grate, che non vanno per niente bene: sono troppo larghe. Il vescovo ordina «primieramente nella grata a man sinistra nell’uscire della porta maggiore della chiesa che si facciano ambedue le crate di ferro colli buchi più stretti, che non eccedono due dita, e mezzo di larghezza, che l’una sia distante dall’altra almeno un palmo». Lo stesso si provveda per le altre grate presenti in altri punti del monastero. Ultimo controllo, le ruote. Cioè quei cilindri di legno rotanti incassati nel muro, da cui è possibile passare oggetti dall’esterno all’interno del monastero e viceversa, senza che i due “mondi vengano in contatto. Ce ne sono due ma ne basta una. Quindi una va murata.

Per oggi va bene così, riprenderemo la visita fra cinque giorni dando anche modo al notaio di sistemare gli appunti e chiudere il primo tomo della Sacra visita. Il vescovo è soddisfatto di come stanno andando le cose e il freddo si fa sempre più pungente.

Oggi, 29 gennaio, c’è un pallido sole, l’aria è un po’ più mite, per quanto possa esserlo a fine gennaio.

Riprendiamo la visita con tutto il gruppo inaugurando il secondo tomo che sarà intitolato «Della visita Personale, e della clausura interiore».

Non nascondiamo la nostra emozione sapendo che andremo a vedere le parti più nascoste e inaccessibili del monastero.

Andiamo, quindi, a controllare in che condizioni sono i dormitori e i loro corridoi sbirciando sempre dagli appunti del notaio e riportando quanto va annotando:

«Per essere li dormitori colli corridori tutti chiusi, e senza sogezzione di fenestre alla strada, e non posseno le Religiose vedere e d’essere vedute» il vescovo le approva e non ordina di apportare alcuna modifica allo stato di fatto. Ma, mosso da cristiana pietas, «avendo ritrovati i suffitti senza solito riparo di tavole all’uso antico per ripararsi in qualche maniera dal freddo. Consultiamo che si facciano le lamie finte (ad incannucciato), per renderli riparati, commodi e più allegri».

Chissà se avrebbe pensato a questo problema del freddo se la visita fosse stata svolta a giugno. Ma passiamo alle celle delle monache, che per essere queste «istrutte della necessaria, e modesta supellettile senza esservi cosa superflua alla povertà e modestia religgiosa» vengono approvate senza altro aggiungere.

Dato che siamo al primo piano, andiamo a dare un’occhiata al coro e ai coretti (matronei). Qui è tutto a posto e anche le grate dei coretti sono sufficientemente fitte (con buchi piccoli), bisogna solo aggiungere una piccola grata a una finestrella posta tra il coro e il vano dell’organo. Poca cosa.

Adesso saliamo sui terrazzi. Per fortuna c’è un po’ sole, ma una leggera tramontana si fa comunque sentire. Tutti indossiamo il cappello.

Il monastero è dotato di ben quattro belvederi:

«Al primo si passa pel giardinello, seu orto attaccato alle fabbriche della sacrestia e muraglie della città sopra la Porta antica detta del Lauro verso settentrione che sporge dietro al Teatro fuor le Mura della Città»;

il «secondo belvedere, seu loggia scoverta ed aperta à tutti quattro venti in faccia al campanile di Santa Chiara»;

il «terzo belveder, seu loggia scoverta situata sopra la cucina, e quarto inferiore del monistero, avendola noi osservata alta, ed imminente più degl’altre senza soggezione alle monache, dà dove solamente dà lontano qodono la vista del mare di Polignano, e maggiormente della Campagna dà tramontana, levante e scirocco…».

il «quarto Belvedere coverto in faccia al giardino del Palazzo del Vescovile, Porta Maggiore della città, e della chiesa Matrice, ed avendo osservato il scoverto per andare sopra detto Belvedere che piglia dalla botta del dormitorio, che lega col Monistero di Santa Chiara e tira persino alla porta della cucina delle camere delle Signore dell’Eccellentissima casa avendo riconosciute le fabbriche laterali corrispondenti alla strada affatto stonacate che recano una vista malinconica alle Reverende Religiose, e come ancora la tirata del fabrico antico ineguale dalla parte superiore».

2. Pianta del monastero di San Benedetto con l’indicazione dei quattro belvederi

Penso che il lettore sarà in grado di individuare i quattro belvederi quindi non mi soffermo più di tanto. Dirò solo alcune cose sul secondo belvedere. Il vescovo si accorge che da qui, più che dagli altri, le monache si possono sporgere e guardare verso l’esterno. Ordina, quindi, «Che alla parte che sporge alla strada pubblica della città verso ponente s’innalzi la muraglia altri palmi duoi, e si tolga il poggio di sedere dalla parte interiore nel medesimo lato».

Perché mi soffermo su questo belvedere? Perché sono visibilissime ancora oggi le tracce degli interventi ordinati dal vescovo: la rimozione delle sedute in pietra e la soprelevazione del parapetto. Praticamente, ciò che è stato scritto sulla carta è ancora scritto sulle pietre.

3. Nel secondo belvedere sono ancora visibili i segni della rimozione della seduta dal lato strada e la soprelevazione del parapetto

La visita continuerà domani con il «campanile interiore», il noviziato, la «Sacrestia interiore», l’archivio delle scritture, la camera chiamata del pozzo, il «Refettorio, i duoi chiostri ed altre officine inferiori», il «soccorpo interiore», la camera del Capitolo, la Cucina e le officine interiori.

Ma di tutto questo parleremo nel prossimo appuntamento. Adesso, alquanto stanchi, si va tutti in refettorio a mangiare. Chissà cosa ci hanno preparato le monache. Spero ci siano quei meravigliosi dolcetti di pasta di mandorle per cui vanno famose e fiere.

Mentre mangiamo, magari quando arriveranno i dolci che ho capito essere particolarmente graditi all’intero gruppo, proverò a chiedere il permesso al vescovo di far diventare questa visita che stiamo facendo insieme oggi, in questo freddo gennaio del 1749, un itinerario da proporre ai turisti del secondo millennio fra 270 anni.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *