Rievocare stanca (3), la rubrica di Paolo Perfido su Oggiconversano.it
Il 19 settembre 1356 è una piacevole giornata di fine estate a Nouaillé-Maupertuis, in Nuova Aquitania. Siamo a pochi chilometri da Poitiers dove, nel 732, si era svolta la celebre battaglia in cui i Franchi di Carlo Martello sconfissero e fermarono definitivamente l’avanzata verso occidente dell’esercito arabo-berbero guidato da ʿAbd al-Raḥmān al-Ghāfiqī, nome per noi quasi impronunciabile.
Sta albeggiando e l’aria è tersa, piacevolmente fresca. Nei loro rispettivi accampamenti, a debita distanza l’uno dall’altro, il re francese Giovanni II il Buono e il suo rivale, l’inglese Edoardo di Woodstock, detto il Principe Nero (figlio di re Edoardo III), mettono a punto le loro strategie per l’imminente battaglia. Anche gli armigeri si stanno preparando allo scontro. La cavalleria pesante francese comincia a indossare le armature con l’aiuto dei palafrenieri. Nel campo avverso, i terribili arcieri inglesi controllano la tensione dei loro lunghi archi, i micidiali longbow, e soppesano il bilanciamento delle frecce che faranno strage di nemici.
Le forze in campo vedono in netto vantaggio i francesi, che possono contare su circa 14.000/16.000 uomini a fronte dei 6.000/7.000 inglesi. Questa è l’ennesima battaglia di una guerra che va avanti già da 19 anni, dal 1337, e di cui non si vede ancora la fine. I contendenti sul campo non possono certo sapere che durerà per altri 97 anni, fino al 1453; gli storici, nei secoli successivi, la chiameranno Guerra dei cent’anni, anche se gli anni reali furono 116. Così come nessuno dei combattenti di quel fatidico 19 settembre avrebbe mai sentito parlare di Giovanna d’Arco, la Pulzella d’Orléans, e della conclusione delle ostilità a favore della Francia con la riconquista di quasi tutti i territori occupati dagli inglesi.
Ma veniamo al teatro dello scontro. Gli eserciti si schierano: gli inglesi occupano una posizione elevata su una collina con i temutissimi arcieri, mentre i francesi si organizzano con una avanguardia, due divisioni e una retroguardia. A capo di una delle due divisioni c’è lo stesso re Giovanni II, mentre a guidare l’avanguardia è posto Gauthier de Brienne. La battaglia si rivela disastrosa per i francesi nonostante fossero il doppio dei nemici; il re viene catturato e Gauthier muore in combattimento.
Ma chi era questo Gauthier e perché ci interessa tanto? Alle nostre latitudini è più noto come Gualtieri VI di Brienne: conte di Brienne, conestabile di Francia, duca d’Atene, signore di Firenze dal 1342 al 1343, conte di Lecce e conte di Conversano dal 1311 al 1356, anno della sua morte. Quello della Porta della Gabella di Conversano, per intenderci.
Come ci arriva a Conversano questo nobile francese? Naturalmente dobbiamo fare qualche passo indietro nella storia, fino alla conquista del Regno di Sicilia da parte degli Angioini nel 1266. Questi, per consolidare il loro potere in una regione a loro ancora in parte ostile, espropriano i grandi feudatari delle loro terre e li sostituiscono con nobili francesi giunti al Sud al seguito dell’esercito di Carlo I d’Angiò. Tra loro c’era Ugo di Brienne, a cui nel 1269 viene assegnata la Contea di Conversano, incamerata due anni prima dal demanio regio dopo la reggenza di un’altra grande figura legata a Federico II di Svevia, Filippo Chinard (di cui parleremo prossimamente). Dopo Ugo, la contea passa a suo figlio Gualtieri V e, successivamente, a Gualtieri VI, Dei et imperiali gratia dominus Cupersani.
Come abbiamo visto, la figura di questo condottiero ha un orizzonte amplissimo ed è legata all’intera vicenda della conquista e del consolidamento del potere angioino nell’Italia meridionale. Ancora una volta, Conversano si trova a essere un anello importante di una lunga catena che dalla Francia attraversa tutta l’Italia fino alle sue propaggini più meridionali, con ramificazioni (seppur non dirette) sull’altra sponda dell’Adriatico.
Ma quali tracce ha lasciato di sé Gualtieri a Conversano? Intanto abbiamo una testimonianza diretta nell’iscrizione e nel suo stemma araldico posti sul fornice della Porta della Gabella in piazza XX Settembre. Il testo recita: “+ Nell’anno del Signore 1338, sotto il regno del nostro Signore Roberto, illustre re e sotto il dominio del nostro signore Gualtiero, illustre duca di Atene, fu costruita quest’opera”.
Questa porta urbana, probabilmente un rifacimento o un ampliamento di una precedente, doveva avere un significato particolare se fu ritenuto necessario sottolinearne l’importanza agli occhi dei contemporanei con una epigrafe. Infatti, segnava il passaggio tra l’antico nucleo urbano – racchiuso ancora nell’anello della cinta arcaica delle mura realizzato in grossi blocchi megalitici, all’epoca ancora in gran parte visibile – e la più recente espansione di quello che oggi chiamiamo Casalvecchio. Una espansione sviluppatasi su un antico tracciato istmico che dall’antica Norba si dirigeva in direzione di Castiglione, Putignano, Monte Sannace, Joha (Gioia del Colle) e Taranto oppure, con una biforcazione subito dopo l’uscita dal nuovo casale, verso Castellana, Monopoli, Egnazia e Brindisi. Questo asse viario, poi diventato via Arringo, fungeva da spina centrale del nuovo insediamento, su cui si erano andate disponendo a pettine abitazioni e botteghe, dapprima in maniera rada e poi infittendosi sempre di più.
Ai tempi di Gualtieri VI il nuovo casale doveva essere già abbastanza ben definito, almeno lungo il tracciato di via Arringo fin dove, qualche decennio prima, era stato fondato il convento di San Francesco nel 1289. Non sappiamo se all’epoca il Casalvecchio avesse già una prima cinta di mura con due porte alle estremità della via. La prima, a nord, dove è ubicata la Porta del Lauro (o Tarantina), ancora oggi esistente sebbene molto rimaneggiata, è adiacente alle mura megalitiche sotto il monastero di San Benedetto; l’altra, a sud, detta Porta del Casale, fu abbattuta nel XIX secolo. Quest’ultima viene citata nelle sue Memorie storiche della città di Conversano da Tarsia-Morisco, che ne attribuisce la realizzazione a Ludovico d’Enghien nel 1380, come riportato in un’iscrizione andata perduta con il suo abbattimento. Non possiamo comunque escludere che anche in questo caso l’iscrizione facesse riferimento al rifacimento di una struttura precedente.
Quindi, Gualtieri salda le due unità urbane con l’apertura, o con la risistemazione, della Porta della Gabella, il cui nome era dovuto all’attiguo edificio della gabella, appunto. Naturalmente, quello che vediamo oggi non corrisponde affatto alla situazione orografica del XIV secolo. Basti pensare che il livello stradale originario della base della porta era posto a oltre un metro e mezzo più in alto rispetto all’attuale quota da cui parte la rampa. Chi avesse la curiosità di controllare può notare una porzione intonacata sulle pareti interne del vano, che segna la parte di roccia rimossa probabilmente nel XIX secolo per rendere più agevole il passaggio tra l’interno e l’esterno. Ed è anche curioso vedere alcune porte murate sulle pareti del vano della porta che si trovano, praticamente, sospese nel vuoto.
Non sappiamo come fosse colmato originariamente questo salto di quota, né a cosa fosse dovuto: forse alla presenza di un fossato, e quindi di un ponte levatoio? Tuttavia, non ci sono segni tangibili sulle pareti, come fori o incassi, che possano suffragare questa ipotesi. È più probabile che vi fosse, semplicemente, una rampa di raccordo tra l’interno e l’esterno. Non sappiamo nemmeno se il dislivello attuale sia il risultato di massicci sbancamenti eseguiti nei primi dell’Ottocento al di fuori delle mura antiche per livellare il sedime dell’odierna piazza XX Settembre.
Probabilmente Gualtieri intervenne anche in altre opere, soprattutto di carattere militare, di cui non è rimasta testimonianza documentale o epigrafica. Sappiamo però che con molta probabilità fu il fondatore, a metà del XIV secolo, della città medievale di Roca Vecchia nel Salento – poi distrutta nel 1480 dai Turchi –, come racconta nel De situ Iapygiae il geografo Antonio de Ferraris, detto il Galateo. Roca è un chiaro esempio di centro urbano che si ispira alle bastides francesi (città di nuova fondazione del XIII-XIV sec. sorte soprattutto in Occitania e Aquitania).
Facciamo cenno a questo insediamento salentino perché anche dalle nostre parti la rifondazione del villaggio di Castiglione, sui resti di un antico insediamento di età arcaico-classica, risale a quegli anni, e il suo impianto urbanistico richiama in modo evidente proprio quello di una bastide. Un altro esempio a tal riguardo è la città di Mola, la cui fondazione risale al 1277.
Se a Castiglione ci sia la mano di Gualtieri VI nel disegno urbano non possiamo affermarlo con certezza, poiché non ci sono documenti che lo attestino… ma di questo luogo parleremo in un’altra chiacchierata.
Gualtieri VI morì senza lasciare eredi diretti. Dopo la sua morte in battaglia, le sue terre passarono alla sorella Isabella e, successivamente, al figlio di lei, Luigi d’Enghien. Per la Contea di Conversano si aprì così un periodo di instabilità politica che vide il succedersi di diverse famiglie feudatarie: i Sanseverino, i Lussemburgo, i Barbiano, i Caldora e i Del Balzo Orsini, fino all’arrivo degli Acquaviva d’Aragona, che riportarono un lungo periodo di stabilità a Conversano e a tutto il territorio della contea.