Marco Patruno da Torino: “Sulla manifestazione per Askatasuna Piantedosi dovrebbe spiegare…” L’intervista

Marco Patruno, 29 anni, laureato in Sociologia, cittadino conversanese, vive a Torino. Ha partecipato alla manifestazione del 31 gennaio scorso nel capoluogo piemontese, diventata  famosa per il video in cui si vedono alcune persone incappucciate circondare vilmente un poliziotto e colpirlo ripetutamente, con le inevitabili polemiche e discussioni che ne sono seguite. Ma la manifestazione di Torino non è stato solo ciò che le televisioni hanno mostrato. Migliaia di persone hanno sfilato gioiosamente.

Non tutti lo sanno, ci potresti spiegare la motivazione per la quale è stata organizzata la manifestazione e perché tu hai voluto partecipare?
La manifestazione nazionale di sabato 31 Gennaio chiamava a raccolta tutte le persone solidali con il centro sociale “Askatasuna” in seguito al suo sgombero avvenuto il 18 dicembre scorso e alla successiva militarizzazione del quartiere in cui si trovava, Vanchiglia. Per chi non conosce Torino è difficile anche solo immaginarlo, ma è da più di un mese che c’è una parte di città sigillata da Polizia e Carabinieri. Nei pressi dello stabile sgomberato tutti i giorni per tutto il giorno, non ci sono mai meno di quattro camionette a circondare l’isolato. Inoltre, lo sgombero è avvenuto con modalità inquietanti. Difatti, si è proceduto a chiudere anticipatamente le scuole presenti nelle vicinanze di Askatasuna, senza alcun preavviso per i genitori. Poi, al ritorno dopo le vacanze di Natale per i primi giorni i genitori hanno dovuto mostrare i loro documenti per accedere agli istituti scolastici, numerosi nel quartiere. Inoltre lo sgombero di Askatasuna rientra nella strategia del governo di chiusura di ogni spazio sociale dove si fa politica, cultura e dove si immagina una socialità differente, al di fuori delle logiche di mero consumo. Riprendendo le parole della costituzionalista Alessandra Algostino, luoghi in cui “si respira Costituzione vissuta”.

Per te che vivi per molto tempo a Torino, ritieni che sia diventata la capitale delle proteste sociali, sostituendo di fatto Roma e Milano?
Sicuramente a partire dal 2023, con le mobilitazioni contro il genocidio in Palestina Torino ha dimostrato più di altre città di essere casa di un movimento forte, coeso e capace di mobilitazioni larghe, plurali e conflittuali. Ma anche questa non è una novità per chi conosce la storia di Torino. A partire dalla Resistenza con la storia di Dante Di Nanni, gli episodi di Piazza Statuto nel 1962, la stagione del ‘77 e poi – più recentemente – la storia ventennale del Movimento No Tav in Val di Susa, tutti elementi che restituiscono il quadro di una città che non ha mai perso una capacità di mobilitazione con persone che, a viso aperto, hanno sempre provato a cambiare le cose.

Le televisioni ci hanno restituito le immagini della vile aggressione al poliziotto da parte di coloro che non vedono l’ora di creare disordini. Avendo vissuto dall’interno quella manifestazione, hai mai avuto la sensazione di infiltrati o di persone che puntualmente rovinano le proteste civili?
No, a mio avviso non ci sono infiltrati nelle manifestazioni. Almeno a me non viene difficile immaginare che in tutta Italia (e anche dall’estero) esistano mille persone – le ricostruzioni parlano di questi numeri – arrabbiate abbastanza da scegliere la strada del conflitto aspro con chi gestisce l’ordine pubblico. La realtà che viviamo, fatta di precarietà, restrizione dei diritti sociali e civili e corsa vertiginosa verso l’autoritarismo crea per forza di cose malcontento popolare che può sfociare anche in scontri come quelli di Torino. Poi, questi movimenti che riempiono le piazze sono senza coordinamento, non esistono più organizzazioni come partiti e sindacati dotati dell’autorevolezza necessaria a mettersi alla testa di queste mobilitazioni e in grado di gestire le varie anime. Ci sono sempre più “cani sciolti”.

Il ministro Piantedosi sta riferendo alle camere. Ha detto che: “Chi sfila con i delinquenti offre prospettive di impunità”. Cosa significa questa affermazione del Ministro dell’Interno e ti senti coinvolto con le altre migliaia di persone che stavano sfilando pacificamente?
È molto poco importante come mi sento io, Piantedosi piuttosto dovrebbe spiegare perché c’è un quartiere ancora militarizzato, con residenti costretti a esibire i propri documenti per tornare a casa. Oppure spiegare perché decine di manifestanti inermi e giornalisti siano stati pestati dalle forze dell’ordine, che hanno cercato lo scontro tanto quanto i “delinquenti” come li chiama lui. Difatti, l’unica parte del percorso non presidiata da camionette era – guardacaso – l’incrocio che permetteva di svoltare nella strada che porta all’ex-centro sociale. Episodi come il lancio di lacrimogeni ad altezza d’uomo, agenti che si sono armati di sbarre di ferro prese da terra, rifiuto di prestare soccorso ai feriti –  come nel caso più noto del manifestante con il volto insanguinato -, anche di questo dovrebbe riferire Piantedosi.

Alcuni pensano che questi episodi siano messi in scena da frange estreme di sinistra, altri invece ritengono che ci sia una sorta di regia occulta che, favorendo questi episodi di violenza, determinano misure governative di inasprimento delle libertà individuali. Cosa ne pensi?
Come ho già detto, il malcontento popolare esiste e si esprime in molte forme, che possono sfociare anche in modalità violente. Ciò che mi preme dire è che non possiamo trattare in maniera superficiale il conflitto sociale, a partire dall’asimmetria delle fazioni in campo. La violenza messa in campo dallo Stato non è mai paragonabile a quella agita da chi manifesta. Sia come potenza di fuoco che come coperture istituzionali. Far notare questi dati di fatto non vuol dire prendere una parte, ma solo provare a capire meglio. Poi, sia il decreto sicurezza che il consiglio dei ministri erano già programmati da settimane, quindi l’avrebbero fatto comunque. Invece, un’altra cosa su cui è bene soffermarsi è anche come ci sono molte forme di violenza che non vengono percepite come tali. Per esempio, venire sfrattati da casa propria anche dopo che si paga l’affitto, come avvenuto pochi mesi fa a Bologna a una famiglia con figli piccoli è un atto violento; venire licenziati per pochi euro di prodotti sfuggiti al controllo, come nel caso del cassiere PAM di qualche mese fa è un atto violento. La sicurezza che ho in mente io ha a che fare con lo stomaco pieno e un tetto sulla testa. Quella sicurezza che risolve i problemi alla radice e che faciliterebbe poi anche il lavoro delle stesse forze dell’ordine.

Esistono ancora, secondo te, i famosi “compagni che sbagliano” come erano definite le Brigate Rosse dal Partito Comunista?
Come ha scritto Salvatore Cannavò su Jacobin, comparare episodi come gli scontri a Torino con la stagione degli anni di piombo è “un insulto all’intelligenza”. E aggiungo io anche un insulto alla memoria delle vittime di quegli anni. In quegli anni c’era davvero quasi un morto a settimana. Penso che si dovrebbe tornare un attimo con i piedi per terra, provando a parlare della realtà, non concedendosi iperboli che servono solo a certa propaganda. Inoltre, mi preme ricordare che l’ultima volta che è morto un poliziotto durante una manifestazione politica è stato nel 1973, durante una manifestazione del Movimento Sociale Italiano guidata da chi oggi siede alla presidenza del Senato. Quindi la destra è l’ultima che può dare lezioni morali.

Salutandoti, se dovesse esserci un’altra manifestazione a sostegno di Askatasuna ci parteciperesti?
Certo.

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