Centro storico: “La città è di tutti, non di chi fa più rumore”. La lettera accorata di un residente

di Pino Pellicoro

Dopo aver letto la lettera “Conversano: rumore o vita?”, sento il bisogno di proporre una prospettiva diversa. Perché il tema non è scegliere tra rumore e vita, ma capire che la vita non ha bisogno del rumore per esistere.
Vivere il centro storico non significa essere obbligati a sopportare rumori eccessivi, né accettare che la socialità si trasformi in confusione. Un centro può essere vivo, accogliente e frequentato senza superare i limiti di legge e senza diventare una “caciara” permanente. Il problema non è la musica. Il problema non sono gli eventi. Il problema è il volume.
La normativa sui decibel esiste per garantire equilibrio: permette alle attività di lavorare e ai residenti di riposare. Rispettarla non significa spegnere la città, ma rispettare chi la abita. E diciamolo chiaramente: chi desidera il rumore da discoteca ha due alternative molto semplici — andare in discoteca, dove quel tipo di intrattenimento è previsto e autorizzato, oppure farlo sotto casa propria, non sotto la finestra degli altri. La libertà di divertirsi è sacrosanta, ma non può trasformarsi nel diritto di disturbare chi vive lì tutto l’anno.
Lo stesso vale per le cattive abitudini quotidiane: chi gira in auto con la musica a tutto volume o parcheggia sotto casa tua tenendo la radio sparata non sta “ascoltando musica”, sta imponendola agli altri. Non è la musica il problema, ma l’idea distorta che lo spazio pubblico sia il prolungamento del proprio ego, come se ciò che piace a uno dovesse andare bene per tutti.
E quando si parla di feste improvvisate o eventi lasciati andare oltre ogni limite, il meccanismo è identico: non si tutela la vitalità del centro storico, si fanno gli interessi di pochi scaricando il costo — in termini di rumore, caos e invasione — su chi lì vive tutto l’anno. Una comunità non può funzionare se il piacere di alcuni diventa un problema per tutti gli altri. La città è di tutti, non di chi fa più rumore.
Un centro storico non è un museo, certo. Ma non è neppure un parco giochi acustico dove tutto è concesso. È un luogo di convivenza, e la convivenza si regge su una regola elementare: la libertà di uno finisce dove inizia il diritto dell’altro. I giovani non hanno bisogno di decibel fuori controllo per divertirsi: hanno bisogno di spazi sicuri, organizzati, rispettosi di tutti. E un centro storico può essere pieno, dinamico, attrattivo senza essere assordante.
Perché sì, la vita fa rumore. Ma il rispetto fa comunità. E una comunità vive solo se nessuno si sente ospite a casa propria.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *