Poesia, luce e resistenza: attraversare il buio del nostro tempo. Riflessioni in occasione della “Giornata mondiale della poesia”

Nella Divina Commedia, nel canto XXVI dell’Inferno, Dante Alighieri affida alla voce di Ulisse alcuni dei versi più celebri della nostra tradizione poetica:

“Considerate la vostra semenza
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza”
(Dante Alighieri, Inferno, canto XXVI, versi 117-119)

Questi versi appartengono al patrimonio più alto della nostra storia letteraria e, più in generale, della tradizione poetica mondiale. La Poesia, infatti, possiede uno spirito profondamente cosmopolita: non si ferma ai confini nazionali, non si cura delle differenze culturali tra i popoli né delle distanze religiose o politiche. È, per sua natura, universale, come universali sono i versi di Dante, capaci di attraversare indenni sia il tempo sia lo spazio.

I versi citati fanno parte del celebre racconto che l’eroe omerico rivolge a Dante durante il suo viaggio oltremondano: è la narrazione del suo ultimo viaggio, quello oltre le colonne d’Ercole, che nel mondo antico segnavano il limite estremo della conoscenza. Dante, che non conosceva il greco e aveva letto l’Iliade e l’Odissea attraverso le epitomi diffuse nel Medioevo, sceglie di raccontare nella sua opera una versione diversa della storia di Ulisse.

Dopo il ritorno a Itaca, l’eroe non si accontenta della ritrovata serenità familiare: resta inquieto, spinto da un desiderio di conoscenza che non può essere soffocato. Così raduna una piccola compagnia di fedelissimi e salpa verso l’attuale stretto di Gibilterra. Oltrepassate le colonne d’Ercole — il non plus ultra del mondo antico — e ormai vicino alla meta, l’eroe pronuncia una straordinaria orazione, invitando i compagni a dare compimento all’impresa, ad andare oltre i limiti dell’umano, a tendere verso l’alto, a non cedere alla ferinità.

È un invito potente quello di Ulisse: un appello rivolto ai compagni di viaggio, ma in realtà un vero e proprio richiamo a tutti gli esseri umani, in ogni tempo. Proprio qui risiede l’universalità dei versi di Dante. Essi parlano agli uomini di ogni epoca, e forse ancora di più si rivolgono a loro nei momenti più bui della storia — quei tempi che sembrano somigliare alla spaventosa selva dantesca, quella selva aspra e forte che nel cor rinnova la paura.

Per questo quegli stessi versi risuonano, in modo drammatico e struggente, anche nell’“inferno” di Auschwitz. Come racconta Primo Levi nella sua straordinaria opera memorialistica Se questo è un uomo, durante la detenzione nel campo di concentramento nazista, egli tenta di richiamare quei versi alla memoria di un altro detenuto: uno sforzo immane, quasi disperato, ma necessario, il tentativo di opporre alla disumanizzazione più estrema un residuo di umanità. In quel contesto, la poesia di Dante diventa simbolo di resistenza morale, un fragile ma essenziale appiglio alla vita contro l’annientamento.

Il nostro tempo, senza dubbio, può essere paragonato per ferocia e brutalità a molti altri tempi del passato. E forse, sotto certi aspetti, esso appare ancora più crudele di tutto quello che è già stato. L’appello di Ulisse sembra oggi lontano e il pericolo di diventare “bruti”, di scivolare nella ferinità, di dimenticare per sempre la nostra semenza, non appare più soltanto un rischio: sembra ormai una tragica realtà.

È allora inevitabile chiedersi — proprio in una giornata luminosa come questa, in cui celebriamo la Poesia e insieme l’arrivo della primavera — se vi sia ancora spazio per la Poesia e per la luce.

In questa giornata dedicata alla Poesia — la Giornata mondiale della Poesia — viene spontaneo interrogarsi sul senso di tale celebrazione.

Nel buio profondo che il nostro tempo sembra attraversare, ha davvero senso celebrare ancora la bellezza della parola poetica?

La risposta è sì ed è sì perché la Poesia fa appello all’umano, un appello che non smette mai di risuonare valido nelle pieghe di ogni tempo, e che oggi appare più che mai urgente e doveroso.

La Poesia è necessaria come il pane e come l’acqua, è un nutrimento essenziale per le anime ancora vive di questo tempo. Il senso di tali parole risiede proprio nella persistenza dei versi danteschi: a distanza di oltre sette secoli dalla morte di Dante, continuiamo a leggerli e a riconoscerli come uno sperone di roccia, un ramo fiorito a cui aggrapparci, mentre la corrente rapida e spesso insensata del mondo sembra trascinarci verso il fondo.

Quei versi — come ogni autentico verso poetico — sono un atto di vita. Sono un atto di speranza e di riparazione. La Poesia ricuce le ferite che il nostro tempo continuamente apre e riapre a ritmo vertiginoso. Là dove la storia lacera, la poesia tenta di suturare.

Come osserva Chandra Livia Candiani, poeta contemporanea: “La poesia forse aiuta a non morire, a parlare dopo le morti che viviamo in vita. L’esistenza stessa della poesia ci ricorda che il male è attraversabile e trasformabile, che la fuga non è l’unica soluzione, che ogni cosa può diventare una mappa da vivere passo passo, che si forma camminando e passo passo si disfa, e che se c’è una via d’entrata, ce n’è anche una d’uscita”.

La Poesia è dunque, senza alcun dubbio, una strada da percorrere ancora…Dice Nicola Vacca: “La poesia è strada da percorrere, la preghiera da tenere sempre in bocca, la luce tra due piogge che trafigge il corpo e l’anima.” Celebrarla oggi è insieme un gesto di resistenza, di resilienza e di ribellione al male più oscuro, perché “la poesia è rivoluzione, movimento propulsore, la voce della coscienza del mondo che si interroga di fronte alla vita, alla morte, al dolore, alla gioia, all’amore. Un vero poeta non canta la rivoluzione: fa la rivoluzione cantando” (Joy Lussu)

Celebrare oggi la Poesia non è un gesto fuori luogo. Essa è la dimostrazione delle altezze inimmaginabili cui può giungere l’uomo, e probabilmente in questo tempo così oscuro l’uomo ha bisogno di vedere quelle altezze — non per dimenticare il male, non per chiudersi in una bolla e fare finta che esso non esista, ma per combatterlo, al fine di essere e diventare migliore.

La Poesia è, forse, uno dei pochi atti di resistenza che ci restano, una resistenza fatta di parole che illuminano, che sono faro e bruciano “e bruciando dentro e fuori di noi cambiano il mondo” (Tiziano Terzani).

La Poesia è un residuo dell’umano che abbiamo perduto, ma è anche la voce del divino che è ancora in noi e ci invita, nonostante tutto, a intraprendere una strada diversa, ad abbracciare con fiducia una via e una vita piena di luce, piena di speranza e piena di pace per tutti.

Mariateresa Marzullo, docente di Lettere del Liceo San Benedetto di Conversano

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *