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“Il miglior tipo di computer è l’uomo, ed è l’unico che può essere prodotto su larga scala da lavoratori non specializzati” (Wernher Von Braun)

“Il miglior tipo di computer è l’uomo, ed è l’unico che può essere prodotto su larga scala da lavoratori non specializzati” (Wernher Von Braun)

Questa frase-calembour risale a tanti decenni fa, essendo il controverso scienziato spaziale che l’ha concepita scomparso nell’ormai lontano 1977. Eppure è estremamente attuale.
Infatti l’anno appena trascorso sarà ricordato come quello in cui è tornata alla ribalta in modo preponderante e preoccupante l’Intelligenza Artificiale.
Gli ultimi sviluppi di tale disciplina sono infatti stati talmente rapidi, che, come sempre accade quando la tecnologia fa passi da gigante, l’uomo fa fatica a controllare le tante ripercussioni che vi possono essere nella vita di tutti i giorni.
I rischi sono tanti. Oltre alla potenziale perdita di posti di lavoro, che sarebbe visibile a tutti, ve ne sono di più subdoli e striscianti. Il più pericoloso di tutti è il lasciare alla macchina il controllo di settori cruciali, quali quelli dell’informazione, della produzione di opere di concetto e dell’orientamento delle persone. È notizia recentissima la creazione di influencer virtuali che molta gente ha scambiato per persone in carne ed ossa.
Senza voler entrare troppo nel merito del problema, con i suoi mille sottoproblemi, penso che la frase iniziale sia il vero faro da seguire: deve essere sempre l’uomo a stare gerarchicamente sopra la macchina e la tecnologia. Con la sua elasticità, con il suo buon senso, con il suo raziocinio.
Perché se si demanda troppo all’automazione ed agli algoritmi, se si dà insomma troppo spago all’Intelligenza Artificiale si rischierebbero catastrofi da deficienza naturale.

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