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L’inverno Titì se lo portava dentro. In quell’istante gli sembrò perfino che il freddo fosse più pungente nel suo corpo che fuori, per strada (Jean-Claude Izzo)

L’inverno Titì se lo portava dentro. In quell’istante gli sembrò perfino che il freddo fosse più pungente nel suo corpo che fuori, per strada (Jean-Claude Izzo)

L’inverno Titì se lo portava dentro. In quell’istante gli sembrò perfino che il freddo fosse più pungente nel suo corpo che fuori, per strada. Forse per questo non batteva più i denti, aveva pensato. Ormai non era che un unico blocco di ghiaccio.

(Jean-Claude Izzo)

 

Nelle pagine dei libri sono nascoste immagini potenti, le quali non aspettano altro che di essere svelate. Questa descrizione della morte di un clochard nel freddo inverno parigino è davvero molto forte e toccante. È tratta dall’ultimo intenso romanzo “Il sole dei morenti” dello scrittore francese Jean-Claude Izzo, scomparso prematuramente nel Duemila.

Purtroppo quando arriva la stagione fredda, con le sue ondate di gelo, le notizie di morti dei cosiddetti senzatetto sono un’amara costante. Forse i barboni – un termine dispregiativo che non userò più di seguito – sono sempre esistiti, ma non è difficile pensare che la società contemporanea abbia fatto sì che questo triste fenomeno diventasse ancora più marcato.

Vediamo questi uomini e queste donne popolare soprattutto le metropoli. Sono dei reietti della società, come il protagonista del romanzo che è un uomo che vive per strada, dopo aver perso lavoro, casa, moglie e figlio, in questa sequenza cronologica che lo porta a diventare una specie di fantasma ambulante.

Eppure molti di loro hanno non solo delle storie da raccontare ma anche un loro mondo interiore che meriterebbe di essere riconsiderato, assieme alla seria volontà di voler eliminare questa piaga delle società cosiddette avanzate.

Ho avuto la fortuna di incontrare una di queste persone durante la mia esperienza del servizio civile svolto presso una comunità di recupero di persone in difficoltà. Si chiamava Aldo (nome di fantasia), e non poteva più vivere nelle stazioni per sopraggiunti problemi fisici. Dopo pochi giorni mi resi conto che era un uomo con una cultura notevole, con la sua radiolina costantemente sintonizzata su Radio 3, per tenersi aggiornato. Le serate in comunità le abbiamo passate a discutere di storia, filosofia, scienza e attualità.

È stato Aldo che mi ha iniziato alla musica classica, che fino ad allora avevo completamente snobbato. E per usare una metafora musicale, pensando alla sua vita, così piena eppure considerata dai più inutile, arrivo a dire che anche l’Ottava Sinfonia di Schubert è stato un capolavoro pur essendo un’Incompiuta.

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