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Nell’anno del centenario dalla morte “finalmente” cinque autori nazionali danno all’assassinio di Di Vagno il significato politico che merita nella storia del ’900
L'opera di Aldo Cazzullo: "Mussolini il capobanda" (ed. Mondadori)

Nell’anno del centenario dalla morte “finalmente” cinque autori nazionali danno all’assassinio di Di Vagno il significato politico che merita nella storia del ’900

Sembra finito il periodo del silenzio dei grandi saggisti e autori sul significato politico dell’assassinio di Giuseppe Di Vagno

Conversano – Nel recente volume “Mussolini il capobanda” (ed. Mondadori) Aldo Cazzullo a pag. 45  tratta, con qualche particolare, il caso Di Vagno e il suo assassinio; che assieme ai due precedenti ma non riusciti attentati viene citato anche da Emilio Gentile, a pag. 153, della sua monumentale “Storia del Fascismo” di circa 1100 pagine, edita da Laterza. Ed anche Carlo Greppi, finalmente, lo racconta nel suo Manuale di storia contemporanea, anch’esso laterziano, ad uso dei Licei. Ancora, Luca Falsini accenna all’assassinio Di Di Vagno nel suo recente “Nelle braccia del Duce”. Ma il libro che se ne occupa più diffusamente (non senza qualche marginale inesattezza) è “Gli anni neri – ascesa e caduta del fascismo” di John Foot, scrittore inglese docente di storia contemporanea all’Università di Bristol, che ne parla a pagg. 106-108, 150, 335-335 del suo corposo volume laterziano, ma che se ne era già occupato in un lavoro di alcuni anni addietro.  Scrive Foot a pag. 335: “… la morte di Giuseppe Di Vagno non diventò mai parte della memoria nazionale italiana, al contrario di quella Matteotti. Ci sono strade intitolate a Di Vagno a Bologna, Bari e Brindisi e in Puglia, ma il numero di questi luoghi è assai al di sotto di quelle delle Piazze Matteotti che s’incontrano in ogni angolo d’Italia. Perché? E’ difficile da dirsi. Forse perché l’assassinio ebbe luogo nel Sud, forse per il contesto in cui avvenne – un momento in cui assassini e violenze erano all’ordine del giorno – forse perché Di Vagno era stato una figura relativamente poco nota a livello nazionale”.

“Ma la circostanza che più mi ha fatto riflettere – precisa Gianvito Mastroleo, presidente emerito della Fondazione Di Vagno – credo debba far ripensare sull’operato di molti, è che nell’ampia bibliografia citata da Foot, salvo un libro di Colapietra del 1962 ma che si occupa di eventi che hanno interessato Napoli, non viene citato nessun autore, dico nessuno, riconducibile alla nostra terra e alle nostre Università: quella di Bari innanzitutto”.
Dopo decenni di marginalizzazione storiografica cinque autori nazionali riscattano l’assassinio di Giuseppe Di Vagno (1889-1921) dai confini della storia regionale, nei quali era stata relegata, e lo collocano nella storia dell’antifascismo italiano. Sicuramente il frutto del corposo programma di iniziative organizzate a livello nazionale dalla stessa fondazione che ha sede in Conversano, città natale del martire Giuseppe Di Vagno.

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