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Tra esterofilia e amor di patria, un viaggio in Normandia nel racconto di Paolo Perfido
Paolo Perfido

Tra esterofilia e amor di patria, un viaggio in Normandia nel racconto di Paolo Perfido

Appunti di viaggio nella terra in cui è vissuto Claude Monet

di Paolo Perfido*

Si, viaggiare. Evitando le buche più dure… Così cantava Lucio Battisti alla fine degli anni ’70. E noi lo abbiamo sempre preso alla lettera e ogni anno saliamo sul nostro camper e partiamo. Per i primi chilometri abbiamo qualche difficoltà a seguire il consiglio del Lucio nazionale e le buche proprio non riusciamo ad evitarle. Sono belle larghe e discretamente profonde, buche professionali, insomma. Ma va bene lo stesso, si va finalmente. Quest’anno la meta è la Normandia, ci torniamo a distanza di qualche anno. A parte la coda al Monte Bianco, ma quella è sempre da mettere in conto, il viaggio va bene. La prima tappa in Francia è a Macon e da lì si prosegue verso Giverny, il villaggio in cui è vissuto Claude Monet. La sua casa è stata trasformata in museo insieme al giardino con le famose ninfee che l’artista ha immortalato nelle sue tele (foto 1).

 

1. Giverny, Casa-museo di Monet

1. Giverny, Casa-museo di Monet

2. Lyons la Foret, Casa a Graticcio

2. Lyons la Foret, Casa a Graticcio

Tutto è perfetto, il giardino è accudito fin nei più minuti dettagli, è difficile qui non sentirsi trasportati in un’altra epoca tra la fine dell’ottocento e i primi del novecento. E poi la casa, con i suoi oggetti, le sue tele, le sue cose.

Dopo Giverny proseguiamo verso nord. Abbiamo in programma la visita di molti centri minori che non avevamo visitato nei precedenti viaggi nel nord della Francia. Ormai siamo fuori dalle autostrade e dalla viabilità principale e ci addentriamo nella Normandia più profonda fatta di piccoli villaggi con le case a graticcio (foto 2), i tetti in ardesia e le stradine intercomunali in cui a malapena ci passano due veicoli affiancati. Strade paragonabili alle nostre interpoderali, ma tenute in perfetto stato: neanche una buca.

Qui Mogol avrebbe avuto qualche difficoltà ad inserire nel test della canzone di Battisti “evitando le buche più dure”, semplicemente perché le buche non ci sono. E non ci sono neanche i rifiuti sui bordi delle strade, neanche la classica “carta”, figurarsi poi interi sacchetti e cumuli di immondizia. In compenso, non manca la segnaletica orizzontale, le strisce a terra per intenderci, che ad alcuni potrà sembrare superflua, ma che invece è fondamentale per la sicurezza. Non mancano neanche le piste ciclabili, presenti quasi dovunque. Chiaramente, anche senza la presenza di cordoli, nessun guidatore si sogna di andarci su neanche con mezza ruota. Bisogna dire che le strade minori francesi hanno la caratteristica di obbligarti a rallentare per la presenza di dossi artificiali -sempre ben segnalati- soprattutto in prossimità dei centri urbani, anche se minuscoli, e di gimcane e restringimenti di careggiate appositamente realizzate per non far prendere troppa velocità sui rettifili ai soliti piloti di formula 1 che non mancano mai da nessuna parte. Certo, a dirla così sembrerebbe una tortura guidare in Francia, invece questo andar più lenti, ancorché obbligati a farlo, ci permette di godere di una campagna curata e rilassante dove le colture si intervallano a macchie boschive e dove raramente si vedono elementi fuori posto come tralicci, capannoni e… tendoni. Si, perché in Francia non esistono tendoni e chissà come faranno; da noi pare siano assolutamente necessari.

Ma torniamo alle strade: la cura si palesa con tutta evidenza, al di là di quanto già detto, anche per l’attenzione dedicata alle bordure, sempre perfettamente tagliate. In alcuni casi si nota, oltre la fascia rasata a ridosso della strada, una seconda fascia apparentemente incolta oltre la quale si aprono i campi coltivati. Abbiamo capito cosa fosse quella striscia di terra lasciata incolta solo quando abbiamo letto un cartello in cui si spiegava la sua ragione. “Moins d’herbe coupée = Nature Preservée”. diceva il cartello (foto 3). Cioè, noi proteggiamo la biodiversità lasciando spazi di habitat allo stato naturale in modo che tutte le specie possano, in qualche modo, far fronte all’antropizzazione del territorio. Da noi, che siamo più pratici e non stiamo a perdere tempo con queste frivolezze, il problema lo risolviamo con una sincera dose di diserbante e tutto torna pulito e splendente come prima.

3. Segnaletica stradale in Normandia

3. Segnaletica stradale in Normandia

Ma per fortuna la Francia non è fatta di sole strade. Ci sono anche città, borghi e villaggi. Quasi tutti, quando ci si entra, sotto al cartello con il nome del luogo ne espongono un altro dove sono indicati tre o quattro fiori. E si, in Francia le città sono catalogate come Ville et Village fleuris in base all’attenzione dedicata al patrimonio paesaggistico e vegetale, la fioritura, il rispetto dell’ambiente e la qualità della vita. Ma pensa un po’… Comunque, se la cosa vi sembra strana andate a vedere l’elenco delle Ville et Village fleuris su questo sito: https://www.france-voyage.com/francia-citta/village_fleuri-label.htm. Attenzione, non stiamo parlando del concorso il balcone fiorito, ma della città fiorita. Ogni anno in Francia una apposita commissione seleziona le città e i borghi secondo i criteri descritti in precedenza e “aggiorna” la classifica. Ciò vuol dire che in quei luoghi non viene lasciato incolto nemmeno uno spazio di risulta marginale, anche le rotatorie lungo le strade sono dei piccoli giardini perfettamente progettati. Eh si, progettati. Dobbiamo dircelo, in Francia c’è una scuola di progettazione dei giardini che da noi possiamo solo sognarla. Noi, che abbiamo inventato il giardino all’italiana, proprio noi, abbiamo abbandonato questa scienza e nei progetti vediamo inseriti alberelli qua e là con il famoso principio del “ad cacchium“, fatte le dovute eccezioni naturalmente. Comunque, dopo aver visitato monumenti sperduti come antiche abbazie (foto 4), castelli diruti (foto 5), parchi naturali (foto 6), tutti rigorosamente accessibili e gestiti alla perfezione, entriamo in città e anche qui, dobbiamo dircelo, senza attraversare periferie degradate e urbanizzazioni imbarazzanti.

4. Abbazia di St. Vigor de Cerisy

4. Abbazia di St. Vigor de Cerisy

5. Castello di Gisors

5. Castello di Gisors

6. Lyons la Foret, Arboretum

6. Lyons la Foret, Arboretum

Praticamente, se da noi per andare da un meraviglioso centro storico a quello successivo devi prima attraversare degrado e monnezza, lì questa angheria ti viene risparmiata. E ciò non è poca cosa.

Inutile dire che il traffico, anche quando intenso è sempre ben regolato, i musei, le rocche, i castelli sono sempre aperti, così come tutte le chiese che non hanno l’abitudine di chiudere per la pausa pranzo dalle 12 alle 17. Tutti luoghi con apparati didascalici e didattici di grande qualità e raggiungibili in bici grazie ad una capillare rete di piste ciclabili.

Una delle ultime tappe è stata la città di Bayeaux, all’estremità occidentale della Normandia quasi al confine con la Bretagna. Vicino a Mont Saint Michele, per intenderci. Questa cittadina, oltre ad essere molto bella e curata, ha un museo eccezionale: Le Musée de la Tapisserie. In esso è conservato un reperto eccezionale noto come l’arazzo di Bayeaux (http://imparareconlastoria.blogspot.com/p/larazzo-di-bayeux.html). Consiste in un nastro di lino alto una cinquantina di centimetri e lungo 70 metri su cui è narrata la storia di Guglielmo il Bastardo e dell’impresa della conquista dell’Inghilterra da parte dei normanni, culminata con la battaglia di Hastings del 1066. Più o meno gli stessi anni in cui quel popolo si impadroniva del Sud d’Italia e creava un regno che sarebbe durato oltre un secolo. Nell’arazzo sono rappresentate tutte le vicende, scena per scena, che portarono i normanni capeggiati da Guglielmo (per l’occasione diventato il Conquistatore) a varcare la Manica: la costruzione delle caratteristiche imbarcazioni vichinghe, la realizzazione di motte con i fortilizi, le battaglie cruente con morti e teste mozzate, gli ambasciatori, insomma, tutto quello che successe in quei lontani anni in Inghilterra quando ancora non era nota come la Perfida Albione. Un po’ quello che fece Traiano sulla sua colonna descrivendo la conquista della Dacia. Certo la Storia è scritta, in questo caso illustrata, dal vincitore, ma è sempre stato così e sempre lo sarà. Sta di fatto che il museo in cui è contenuto questo gioiello tessile dell’XI secolo possiede anche sale in cui sono spiegati, con minuziosa dovizia, tutti i particolari sia tecnici, per quanto riguarda la fattura e i materiali usati per la  realizzazione dell’opera, sia tutti gli eventi rappresentati in esso con maquettes, ricostruzioni, pannelli e audiovisivi (foto 7).

7. Bayeaux, musée de la Tapisserie

7. Bayeaux, musée de la Tapisserie

8. Lyons la Foret, Piccola biblioteca urbana

8. Lyons la Foret,
Piccola biblioteca urbana

Un’ultima chiosa devo farla su un altro aspetto, quasi commovente. Un po’ dappertutto, anche in zone remote, non è raro trovare piccole vetrinette piene di libri a disposizione di tutti. Chi vuole ne prende uno, si siede su una panchina, lo legge e lo rimette a posto (foto 8). E qui concludo per amor di patria

Vabbè, insomma, devo dirlo chiaramente: per me tornare a casa ha sempre un impatto forte e spesso mi chiedo che ci sto a fare qui? Però questa è la mia terra, la terra dei longobardi e bizantini, dei normanni (vedi supra) e degli svevi, degli angioini e degli aragonesi. Insomma perché abbiamo così tanta poca cura del nostro passato, delle nostre terre, dei nostri paesaggi, dei nostri monumenti, grandi e piccoli, delle nostre città? Continuerò a ripetermelo ogni volta che rientro da un viaggio e ogni volta mi ripeterò che se molliamo noi oggi, cosa resterà ai nostri ragazzi dell’immenso patrimonio che abbiamo ricevuto dai nostri padri? Perché non riusciamo anche noi ad essere almeno un po’ dei Citoyens?

*Ricercatore nel SSD ICAR 17 (Disegno) presso il Politecnico di Bari

 

 

 

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