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“Nessuno mi ha guardato in fondo agli occhi. Sono come un pezzo di sughero costretto alla deriva” (Beniamino Joppolo)

“Nessuno mi ha guardato in fondo agli occhi. Sono come un pezzo di sughero costretto alla deriva” (Beniamino Joppolo)

Decenni fa leggevo avidamente una rivista mensile letteraria. Era bella a partire dal titolo, “Millelibri” e dalla veste grafica. Ma più di tutto mi piacevano gli articoli, davvero interessanti. Fu grande il mio scoramento quando appresi dal mio edicolante che tale rivista avrebbe chiuso di lì a poco i battenti. Cominciava l’era in cui la superficie avrebbe preso il sopravvento sulla profondità.

Di “Millelibri” mi è rimasta scolpita nella memoria la frase che ho riportato, dell’artista siciliano Beniamino Joppolo, poeta, romanziere, drammaturgo e pittore, nonché fervente antifascista.

Credo che oggi più che mai, in una società superconnessa e ipertecnologica, invasa da luci e suoni, stia diventando sempre più difficile fare gesti semplici. E il guardarsi negli occhi è uno di questi.

Ma Joppolo precisa che bisogna guardare in fondo agli occhi altrui. Perché è solo così che si può giungere a varcare la soglia dell’anima, carpendo la differenza tra l’ascoltare e l’auscultare.

Se non si facesse così, molte solitudini rimarrebbero senza speranza, come naufraghi nel mare dell’incomunicabilità. Come pezzi di sughero alla deriva.

Spero vivamente di sbagliarmi, e spero vieppiù che sia sempre possibile essere in grado di vivere momenti in cui potersi guardare in profondità, come recita il seguente passaggio di una famosa canzone di Battisti-Mogol:

“Quando l’arcobaleno era in fondo ai tuoi occhi.”

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