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Nessuna revisione storica o pacificazione: Di Vagno fu ucciso dai fascisti e non è un patrimonio di tutti
Il martire Giuseppe Di Vagno

Nessuna revisione storica o pacificazione: Di Vagno fu ucciso dai fascisti e non è un patrimonio di tutti

Il centenario della morte di Giuseppe Di Vagno, ucciso con infamia dai fascisti conversanesi e da qualcuno venuto da fuori, sta per partire con le sue iniziative che si terranno sul territorio nazionale, da Conversano (città natale di Di Vagno) a Fratta Polesine (città natale di Giacomo Matteotti). E la presenza a Conversano del presidente della Repubblica Sergio Mattarella, prevista per le 11.00 del 25 settembre al Cinema Norba con una capienza comunicata dalla Prefettura di massimo 130 posti, è il segno dell’attenzione che la massima carica dello Stato sta ponendo sui problemi legati alla recrudescenza di comportamenti neo fascisti tra larghe fasce di organizzazioni politiche e “parapolitiche”. E anche, naturalmente, sociali.
Mattarella sarà a Conversano per celebrare un martire ucciso dai signorotti che, nel 1921, cominciavano a dettare leggi non scritte e a soffocare sul nascere le voci che si sollevavano a difesa delle classi da sempre sottomesse. Per di più, nel caso di Di Vagno, i fascisti utilizzarono nel tempo metodi ancora più intimidatori data la provenienza dello stesso giovane deputato socialista. Di Vagno proveniva, infatti, da una “agiata famiglia contadina” ma difendeva le classi meno abbienti e per questo meritava un “trattamento speciale”, fino alla sua morte avvenuta nella città di Mola di Bari il 25 settembre del 1921, cento anni fa.
Anni che hanno visto gli esecutori materiali dell’omicidio farla franca anche nell’era post fascista e post bellica, quando nelle pieghe dell’amnistia concessa ai fascisti dal governo di unità nazionale, alcuni magistrati di chiara marca fascista, allargarono i benefici della stessa amnistia all’omicidio Di Vagno, come ricorda Fulvio Colucci nel suo libro “Giuseppe Di Vagno Martire Socialista“. Volendo salvare gli esecutori materiali (il conversanese Luigi Lorusso) e i mandanti. Nessuno di loro fece un solo giorno di carcere, graziati da giudici che rispondevano a logiche fasciste. Nonostante il ministro della Giustizia, il comunista Palmiro Togliatti, con una circolare ministeriale del 2 luglio del 1946 “raccomandò alla magistratura un’interpretazione restrittiva nella concessione del beneficio” (Fulvio Colucci, “Giuseppe Di Vagno Martire Socialista”). Cosa che non avvenne perché quei magistrati applicarono anche agli omicidi i benefici dell’amnistia.
Stiamo vivendo momenti difficili, con nuovi fascismi e oscurantisti che si affacciano nel mondo e con alcune frange di politica nostrana dedita ad atteggiamenti e messaggi razzisti. Queste testimonianze dimostrano quanto sia ancora lontana una vera lettura della storia del secolo scorso, una lettura critica che possa farsi carico di stabilire una verità: i fascisti hanno oppresso il popolo italiano, i signorotti locali ne hanno ben emulato le gesta fino a quelle più infami. Giuseppe Di Vagno, a soli 32 anni, ha pagato con la propria vita il suo impegno a favore di coloro che erano destinati solo ad obbedire. Ciò deve sconsigliare qualsiasi tentativo di guardare alla pacificazione come un momento possibile senza alcuna fase critica e che preveda la condanna dei fascismi di allora e di quelli odierni, al pari volgari.
I tempi non sono ancora maturi per una pacificazione. Lo saranno quando si darà al fascismo il significato che merita.
Anche nella nostra città, nelle prossime ore al centro dell’attenzione della nazione per l’arrivo del presidente Mattarella, non tutti siamo uguali rispetto al patrimonio ideale, culturale e politico che Di Vagno rappresenta. Chi non è ancora riuscito a dare il giusto significato al ventennio fascista non può dirsi in pace con la coscienza. E non potrà mai ascrivere nel proprio patrimonio la figura del martire Di Vagno. Ogni tentativo di pacificazione supportata da questi presupposti è pura retorica di cui non si sente il bisogno.
La figura del martire socialista è custodita formalmente nelle stanze della Fondazione che porta il suo nome, praticamente però è patrimonio di una comunità vasta che oltrepassa i confini comunali e regionali. Alla Fondazione il compito di custodire questo patrimonio, chi non ha ancora fatto i conti con la parola e la sostanza del fascismo, si accomodi invece alla porta. La verità non può più attendere.

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