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Al buio non si può litigare: per discutere bisogna vedersi in faccia, accertarsi che gli occhi e le parole dell’interlocutore dicano la stessa cosa. (R. Kapuściński, All’ombra di un albero, in Africa)

Al buio non si può litigare: per discutere bisogna vedersi in faccia, accertarsi che gli occhi e le parole dell’interlocutore dicano la stessa cosa. (R. Kapuściński, All’ombra di un albero, in Africa)

Il grande reporter Ryszard Kapuściński, ha scritto pagine memorabili in relazione ai suoi viaggi nel mondo. La frase riportata si riferisce ai grandi e isolati alberi di mango in Africa, alla cui ombra nel deserto prende riparo un intero villaggio. Lì avviene tutto, dai consigli della comunità, alla scuola, fatta di sola oralità, ai racconti e alle dispute. A proposito di queste ultime, esse devono cessare del tutto allorquando arriva il buio, perché per discutere, far capire le proprie ragioni e cercare di comprendere quelle dell’altro, c’è bisogno di guardarsi negli occhi e confrontare questi ultimi con le parole dette.

 La saggezza di questa frase mi ha fatto pensare, per contrasto, a quello che ormai sono diventate le discussioni nei social o nei gruppi di chat: delle arene selvagge in cui non vi è alcun freno agli insulti di ogni tipo. La facilità inoltre di fraintendere l’altro è altissima. La parola scritta, infatti è atonale, e scambiare una frase scherzosa per una tendenziosa è facilissimo.

 Bisognerebbe prendere spunto da quanto riportato da Kapuściński e vietare di litigare nei social e nelle chat. Semplicemente perché il virtuale non ci fa guardare negli occhi e collegarli con la parola.

 A proposito di virtuale, gli ultimi esiti delle prove Invalsi – in discesa rispetto al passato – hanno fatto capire che la DAD (Didattica A Distanza) a scuola non può essere paragonata alla didattica in presenza. Il reale primeggia sempre sul virtuale.

 In un mio racconto, “Ologramma”, volli ragionare in forma narrativa su questa dicotomia reale-virtuale. Narro di un uomo, un informatico esperto in Intelligenza Artificiale, che dopo essere stato abbandonato dalla sua donna, non volendosene fare una ragione, ne costruisce una copia identica, sotto forma di ologramma, e quindi in forma virtuale, da tenere nella sua casa. Per questo motivo si segrega quasi del tutto dal mondo. Il racconto termina allorquando i suoi amici, preoccupati per la sua assenza, irrompono nella sua abitazione. Trovano lui, inebetito, al centro del monolocale, ove ha distrutto tutto. Con la voce rotta dal pianto, rivolto all’amico dice:

“Non la sognavo più, capisci?, non la sognavo più!”.

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