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La pace non è un sogno, ma per raggiungere la pace bisogna saper sognare.  (Nelson Mandela)

La pace non è un sogno, ma per raggiungere la pace bisogna saper sognare. (Nelson Mandela)

Sembrano tempi remoti quelli in cui il Mahatma Gandhi e Martin Luther King predicavano la non violenza, diventandone martiri contemporanei. Il mondo è tutt’altro che libero dal cancro della guerra, e la Siria è l’esempio a noi più prossimo nel tempo e nello spazio, eppure non dobbiamo smettere di sognare la sua estirpazione

Sia Gandhi che King erano dei sognatori. Come Nelson Mandela. Senza la loro spinta visionaria non si sarebbe potuto cambiare in meglio – sia pure in parte – una parte del mondo.

Anche gli scrittori, quelli veri, sono dei sognatori. Mario Rigoni Stern, ne “Il sergente nella neve” scrive così: “C’era la guerra, proprio la guerra più vera dove ero io, ma io non vivevo la guerra, vivevo intensamente cose che sognavo, che ricordavo e che erano più vere della guerra”.

Allude alla terribile tragedia della campagna di Russia della Seconda Guerra Mondiale. E lo fa da sognatore, da grande scrittore quale non sapeva di essere, in questo piccolo ma immenso libro con cui si fece conoscere al mondo.

Dunque, per raggiungere la pace bisogna essere sognatori, dice Nelson Mandela. E Mario Rigoni Stern, da sognatore, in un libro di neve, di gelo e di morte, ci consegna una delle pagine più alte di pacifismo, quale voglio qui riportare per intero, congedandomi:

“I russi ci tengono d’occhio. Corro e busso alla porta di un’isba. Entro.

Vi sono dei soldati russi, là. Dei prigionieri? No. Sono armati. Con la stella rossa sul berretto! Io ho in mano il fucile. Li guardo impietrito. Essi stanno mangiando attorno alla tavola. Prendono il cibo con il cucchiaio di legno da una zuppiera comune. E mi guardano con i cucchiai sospesi a mezz’aria. – Mnié khocetsia iestj, (“Vorrei mangiare”) – dico. Vi sono anche delle donne. Una prende un piatto, lo riempie di latte e miglio, con un mestolo, dalla zuppiera di tutti, e me lo porge. Io faccio un passo avanti, mi metto il fucile in spalla e mangio. Il tempo non esiste più. I soldati russi mi guardano. Le donne mi guardano. I bambini mi guardano. Nessuno fiata. C’è solo il rumore del mio cucchiaio nel piatto. E d’ogni mia boccata. – Spaziba, (“Grazie”) – dico quando ho finito. E la donna prende dalle mie mani il piatto vuoto. – Pasausta, (“Prego”) – mi risponde con semplicità. I soldati russi mi guardano uscire senza che si siano mossi. Nel vano dell’ingresso vi sono delle arnie. La donna che mi ha dato la minestra, è venuta con me come per aprirmi la porta e io le chiedo a gesti di farmi un favo di miele per i miei compagni. La donna mi dà il favo ed io esco.

Così è successo questo fatto. Ora non lo trovo affatto strano, a pensarvi, ma naturale, di quella naturalezza che una volta deve esserci stata tra gli uomini. Dopo la prima sorpresa tutti i miei gesti furono naturali, non sentivo nessun timore, né alcun desiderio di difendermi o di offendere. Era una cosa molto semplice. Anche i russi erano come me, lo sentivo. In quell’isba si era creata tra me e i soldati russi, le donne e i bambini un’armonia che non era un armistizio. Era qualcosa di molto più del rispetto che gli animali della foresta hanno l’uno per l’altro. Una volta tanto le circostanze avevano portato gli uomini a saper restare uomini. Chissà dove saranno ora quei soldati, quelle donne, quei bambini. Io spero che la guerra li abbia risparmiati tutti. Finché saremo vivi ci ricorderemo, tutti quanti eravamo, come ci siamo comportati. I bambini specialmente. Se questo è successo una volta potrà tornare a succedere. Potrà succedere, voglio dire, a innumerevoli altri uomini e diventare un costume, un modo di vivere.”

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