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Ciò di cui vivesti e vivi non è che menzogna, inganno che ti nasconde la vita e la morte.  (Lev Tolstoj, La morte di Ivan Il’ič)

Ciò di cui vivesti e vivi non è che menzogna, inganno che ti nasconde la vita e la morte. (Lev Tolstoj, La morte di Ivan Il’ič)

Tempo fa, quando facevamo cose normali, che ora ci mancano molto, vidi al teatro van Westerhout di Mola lo spettacolo di Paolo Panaro, “La morte di Ivan Il’ič”. Lo avevo già visto anni prima alla Vallisa di Bari e volli rivederlo. Rimasto nuovamente impressionato dalla bellissima interpretazione di Panaro, un grande attore (che ha vissuto tanti anni a Conversano) capace come pochi di mettere in scena opere letterarie, volli attenderlo a fine spettacolo, perché mi fregio del fatto di essergli amico. Convenimmo all’unisono nel dire che con questo racconto lungo Lev Tolstoj abbia raggiunto le vette più alte della narrativa mondiale.

Finalmente qualche giorno fa ho letto l’opera per intero. Una lettura imprescindibile. In una settantina di pagine lo scrittore autore di “Guerra e pace” e “Anna Karenina” riesce in modo sconvolgente a parlare del mistero della vita e della morte, attraverso la storia di un funzionario russo di fine Ottocento, Ivan Il’ič, che vive una vita grigia e banale, tutta concentrata sul lavoro e sul rispetto delle convenzioni sociali.

Una vita semplice e comune, eppure menzognera e ingannevole, come dice la frase citata. In un altro passaggio Tolstoj la definisce addirittura terribile. Perché? Il motivo è semplice. L’uomo può vivere un’intera vita senza rendersi conto di lasciarla scivolare via badando a cose secondarie. Dimenticando l’essenza dell’esistenza. E se ciò accade la vita, anche quella più tranquilla e comune, diventa delle più terribili. Perché inutile. Votata al vuoto.

Di questo Ivan Il’ič si rende conto nel momento in cui un colpo ad un fianco a seguito di una caduta casalinga, dapprima preso alla leggera, si trasforma pian piano in un male incurabile, durante il quale il povero malcapitato comincia a riflettere su tutta la sua esistenza e sulla sua vacuità. Dalla carriera alla famiglia, ai figli. Dagli amici ai pochi passatempi. Tutti ruotanti attorno a poche parole: banalità, convenzioni sociali, superficialità. Nel concitatissimo finale arriva a farsi, ineluttabilmente, la domanda delle domande, ossia se Dio esista.

Noi viviamo un un’epoca in cui, in pochi decenni, abbiamo assistito ad una serie impressionante di cambiamenti, che hanno trasformato in modo radicale il modo di vivere. Ma ci siamo chiesti qualcosa sulla qualità della nostra vita?

Tanto ci sarebbe da dire su questo, ma, per evitare i rischio di cadere nel facile moralismo, chiudo, tentando di rimuovere la cappa plumbea in cui può essere caduto l’umore del lettore, con una barzelletta di Woody Allen, che comunque, nella sua levità, finisce con fare da compendio a tutto il ragionamento.

“Due personaggi discutono animatamente:
-Secondo te esiste una vita dopo la morte? – domanda l’uno.
-E secondo te, esiste una vita prima della morte?”

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Un commento

  1. Giuseppe Carucci

    Come sempre, con i tuoi deliziosi sassolini, ci lasci meditare su tante cose. Bravo Antonio.

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