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Anna Maria Candela: “Non è andato tutto bene”
Anna Maria Candela

Anna Maria Candela: “Non è andato tutto bene”

La dott.ssa Candela con un post su Facebook, commentato anche dall’ex Ministro Livia Turco, pone l’accento sull’assenza della sanità territoriale

L’emergenza Covid-19 ha fatto emergere la grande valenza della sanità pubblica, le enormi risorse di professionalità e umanità su cui può contare, la capacità di operare in condizioni di grande emergenza continuando a sperimentare protocolli di cura e persino di estendere la dimensione in posti letto delle rianimazioni e delle terapie intensive. È grazie a questa Sanità pubblica che è stato possibile guarire molte più persone di quante ne sono decedute, e trovare protocolli di cura molto più che promettenti. Questo è un punto fermo.

Ma dopo molte settimane di silenzio, si è squarciato il velo della approssimazione e della non-capacità di organizzare e di gestire un altro pezzo importante della sanità pubblica quale la sanità territoriale e domiciliare.
Gli anziani morti (troppi, tanti. Quanti sono veramente?) nei casermoni conosciuti come Pio Albergo Trivulzio o Don Gnocchi di Milano, due delle tante RSA di Lombardia, sono tra quelli morti perché a un certo punto qualcuno (ma sappiamo tutti chi) ha deciso che alla modica cifra di 150€ pro die pro utente i pazienti Covid, che non trovavano posti nelle pneumologie degli ospedali, potevano stare in RSA, facendo entrare la bomba dalla porta principale, senza tutelare gli anziani già ospitati in queste Residenze ne’ gli operatori che alimentano puliscono e assististono ogni giorno questi anziani. Sono morti, quindi, perché qualcuno – mentre teorizzava che la Lombardia, Milano, la Brianza non si dovevano fermare – ha pensato dapprima non di attivare alberghi-Covid, ma di rivolgersi alla tradizionale valvola di sfogo della sanità ospedaliera: le residenze sanitarie della sanità territoriale, senza alcun pudore e alcun rispetto per persone anziane e fragili che andavano tenute lontane, lontanissime dai contagiati. Per la stessa ragione per cui tutti noi stiamo rinunciando ad andare a trovare i nostri genitori anziani a casa loro: per tutelarli.

Ma quegli anziani morti nei casermoni delle RSA lombarde, non sono morti “solo” per questo grave errore tattico. Sono morti, indirettamente, due volte per la scarsa considerazione del Servizi Sanitario nei confronti della sanità domiciliare: perché non si è inizialmente pensato che tanti pazienti Covid-19 potevano essere presi in carico e curati a domicilio invece che intasare gli ospedali, e perché una sanità domiciliare qualitativamente e quantitativamente adeguata avrebbe consentito a molti anziani di non essere ricoverati in RSA ma di invecchiare e attendere la morte a casa loro, con l’affetto dei loro cari.

Dopo due mesi di emergenza, la Lombardia ha attivato gli ospedali Covid, ha attivato le unità mediche territoriali per le cure domiciliari per i pazienti Covid, ha cominciato a fare più tamponi e ha finalmente trovato DPI da dare persino anche agli operatori sanitari e sociosanitari delle RSA.
Ora, la domanda è: in Lombardia e nelle altre Regioni italiane, (dove almeno non hanno fatto la genialata di ricoverare pazienti Covid-19 in RSA) hanno imparato la lezione? Stanno modificando il modo di guardare alle RSA e alle RSSA, che non sono più, e mai avrebbero dovuto essere, la valvola di sfogo per i fallimenti della sanità pubblica e ospedaliera? Hanno avviato un piano di reclutamento straordinario di personale medico e infermieristico per le equipe domiciliari, oltre che per le terapie intensive e le rianimazioni (che peraltro , e fortunatamente, non si sono intasate negli ospedali del Sud)? Hanno distribuito DPI agli operatori di assistenza domiciliare e residenze sociosanitarie con la stessa priorità del personale ospedaliero? Hanno adottato un piano di monitoraggio e di messa in sicurezza degli anziani residenti in RSA? Insieme al piano di riordino ospedaliero tempestivo e pronto ad attivare nuovi posti letto di sanità privata (solo per l’emergenza?!), è stato adottato anche un tempestivo piano di rilancio della sanità territoriale?
Il Veneto, il Lazio, le Marche, l’Emilia R., la Campania, il Piemonte, la Puglia hanno imparato la lezione?! Sono pronte a portare la sanità pubblica, ospedaliera e territoriale, nel futuro ?!

P.S.: molte di queste domande dovranno entrare nel confronto, spero acceso e costruttivo, che ci coinvolgerà, spero presto, sulla riforma della distribuzione delle competenze in materia sanitaria e sociosanitaria tra livelli di governo, che non potrà certo ripartire dagli ormai decrepiti progetti di autonomia differenziata… Raccogliamo idee ed energie, la fase 2 e la fase 3 saranno decisive anche la qualità del dibattito su temi cruciali per il futuro del Paese sarà alta.

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