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L’Europa facciamocela raccontare dai nostri figli che la pensano come il povero Antonio Megalizzi
Antonio Megalizzi

L’Europa facciamocela raccontare dai nostri figli che la pensano come il povero Antonio Megalizzi

L’uccisione del giovane giornalista Antonio Megalizzi (28 anni), a Strasburgo, è l’espressione dell’efferatezza del fanatismo e ci riconsegna un grandissimo tema da affrontare: cos’è l’Europa? E perché in tanti la odiano mentre ci sono giovani che ne vanno fieri e, addirittura, ci rimettono la propria vita pur di raccontarla?
Antonio Megalizzi era il rappresentante per l’Italia di Europhonica, la radio messa su da giovani europei che avevano partecipato e vinto un bando “europeo”. E ogni mese si recava a Strasburgo per raccontare le sedute del parlamento europeo; così facevano anche altri suoi coetanei dai diversi paesi del continente.
Ed è un bene che l’Università di Trento, frequentata da Antonio Megalizzi, abbia deciso insieme alle altre università di continuare a far vivere quell’emittente per continuare a raccontare, forse in maniera addirittura più strutturata, la necessità di costruire il continente dei popoli, della gente, dell’accoglienza e delle politiche economiche e di sviluppo.
Trasformare lo sciovinismo imperante in capacità di aprire la mente alla realizzazione di un progetto di unione tra popoli con diverse culture può essere la grande sfida alla quale saremo chiamati tutti, dagli 0 ai 100 anni. Ma nessuno di noi potrà fare a meno di ciò che i nostri figli già ci dicono. E ognuno dovrà dargli retta perché non tutti sono riusciti a salire su quel treno, quello della sfida al futuro e alle false convinzioni e agli odiosi pregiudizi. Proviamo a chiederlo ai nostri figli, coloro che vanno fuori dalle nostre mura per studiare, o coloro che vanno in altri paesi per l’Erasmus, oppure ancora coloro che si recano a lavorare oltralpe facendo i lavori più disparati, umili o prestigiosi che siano. E’ a loro che noi dobbiamo rivolgerci per farci raccontare quanto sia bella la storia dell’Europa e quanto sia giusto innamorarsi di un sogno e di una suggestione capace di generare nuovi entusiasmi. Il 2019 sarà l’anno in cui ricade il cinquantesimo anniversario dello sbarco sulla luna. Neil Armstrong e Buzz Aldrin posarono i loro piedi sul suolo lunare e fecero impazzire di gioia il mondo intero quel 20 luglio 1969. Aver sognato e poi realizzato una simile impresa divenne patrimonio di tutti. Se i simboli continuano ad avere un significato, e ne hanno, cogliamo l’occasione per dedicarci a questo nuovo sogno, a questa utopia , a ciò che alcuni nostri padri come Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi riuscirono ad ipotizzare nel manifesto di Ventotene (che pubblichiamo in allegato a questo articolo) mentre erano al confino per mano dei fascisti nel 1941, in pieno periodo bellico.
E abbiamo la necessità di ricominciare quel percorso guardando alle sue fondamenta e alle sue radici. L’Europa oggi non è percepita come, invece, dovrebbe essere. Ma per aggiungere elementi alla nostra cassetta degli attrezzi, strizziamo i nostri figli e facciamoci dire cosa pensano dello scambio continuo tra popoli, cosa immaginano di proporre per la crescita del sogno europeo che va oltre noi stessi. Se la cosiddetta società civile non si fida più, e per la maggior parte delle volte ha ragione, delle forme partitiche e degli stanchi rappresentanti, si faccia spiegare l’Europa dai propri figli. Ne trarrà vantaggi e si convincerà che il mondo migliore è veramente possibile. In una riconciliazione tra generazioni scollate da scetticismo e scelte inopinate mostrate inopportunamente come salvifiche.
Antonio Megalizzi, a 28 anni, ha lasciato un’eredità pazzesca. Ai suoi coetanei e alle generazioni precedenti la sua. Di giovani come Antonio Megalizzi ce ne sono veramente tanti. A volte ce li abbiamo in casa e non ci accorgiamo. Guardiamoci intorno e apriamo le finestre.

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