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Mastroleo: “Se sorgesse un movimento per il monumento a Di Vagno avrebbe il sostegno della fondazione”
Gianvito Mastroleo, Presidente della Fondazione Di Vagno

Mastroleo: “Se sorgesse un movimento per il monumento a Di Vagno avrebbe il sostegno della fondazione”

Sulla proposta di Gian Luigi Rotunno per la realizzazione del monumento al martire Di Vagno, l’intervento dell’avv. Mastroleo

Conversano – L’aspirazione del popolo della Puglia di un Monumento a Giuseppe Di Vagno, caduto a Mola di Bari per mano fascista il 1921, si manifestò già all’indomani del delitto e in pieno regime: infatti, nel 1922 ad iniziativa del Partito Socialista si costituì a Bari un “Comitato per il Monumento a Di Vagno” la cui sede fu devastata dai fascisti ormai in delirio per la  conquista del potere: lo testimonia Giacomo Matteotti nel suo “Un anno di dominazione fascista” pubblicato nel 1923. L’iniziativa fu ripresa nell’immediato dopo-guerra (1945-46) e poi ancora nei primi degli anni ‘50, sempre con la costituzione di un Comitato dedicato. Non se ne fece mai nulla. Nel più recente passato, anni ‘80, l’idea fu ripresa dal compianto Luigi Frassanito e condivisa da tutti noi, compreso Peppino Di Vagno Jr; ci fu anche una sostanziosa contribuzione da parte della Regione Puglia e Provincia di Bari, oltre ad offerte private. Si discusse a lungo fra noi sul luogo più idoneo e sull’artista.
In un primo momento di pensò a Piazza Carmine, attrezzando allo scopo tutto lo spazio; ma assieme allo scultore Andrea Cascella appositamente venuto da Milano dove dirigeva l’Accademia di Brera, l’idea fu scartata: i socialisti guidavano il Comune e fra l’altro non si volle dare alla Città un segno (per quanto improbabile) di arroganza nell’uso del potere. Fu preferito un altro luogo simbolo della città: lo spazio a sud della torre dodecagonale del Castello, previa rimozione del muretto e dell’inferriata, una superfetazione ritenuta non all’altezza della maestosità del Castello. Per l’artista si decise una selezione fra diversi bozzetti;  la scelta cadde sullo scultore Socialista Mario Ceroli, di gran moda a quel tempo. Qualcuno ricorderà la sua opera in legno lamellare situata nell’aeroporto internazionale di Fiumicino, che ha messo in forma il disegno capolavoro di Leonardo Da Vinci. Da un vasto prato verde antistante la torre avrebbe dovuto emergere una testa maestosa, a prescindere dalla somiglianza ma con i segni della violenza. Opera anch’essa in legno lamellare per la quale fu concordato anche il compenso, neppure modesto. Per varie circostanze mi fu personalmente affidata la responsabilità dell’operazione dalla quale, invece, nell’autunno del 1984 dovetti disimpegnarmi; mentre nessuno, neppure chi avrebbe dovuto completare un percorso ormai a metà strada, seppe (meglio, volle!) proseguire. Non se ne è più parlato per anni. Nel 2003, con la ripresa della Fondazione Di Vagno, rievocai con Peppino Di Vagno l’idea di un Monumento, ma del tutto diverso: una borsa di studio da assegnare, anno dopo anno, ad un giovane studioso, nella convinzione che il tempo riesce a cancellare finanche le emozioni,  e che la Memoria ha bisogno di lievito per continuare a vivere. E quale migliore lievito dello studio, del lavoro prodotto da un giovane? Di Vagno accettò e impegnò se stesso e la Famiglia per una borsa decennale di €. 2.500,00, per ciascuna edizione. Furono espletate due edizioni, aggiudicate ad Anna Totaro di Conversano e Anna Maria Gervasio di Altamura. Il Bando della terza edizione non ebbe risposte soddisfacenti, per quantità e qualità. Ci fu detto che per quella somma non ci sarebbe stata una risposta di alto profilo. Si decise, dunque,  di sospendere e di puntare più in alto: l’Istituzione con Legge dello Stato di un “Premio nazionale”, come era accaduto per Giacomo Matteotti. E s’intraprese nel 2006 il lungo, faticosissimo iter per la Istituzione del “Premio di ricerca Giuseppe Di Vagno”, che il Parlamento, a larghissima  maggioranza e in una memorabile giornata, approvò, dando vita alla Legge 16 giugno 2015 n. 86, con un Comitato scientifico di altissimo livello scientifico: Maurizio degl’Innocenti, Simona Colarizi, Marina Comei. Due edizioni del premio sono state espletate, vincitori rispettivamente studiosi di Bologna e Roma; nelle prossime settimane sarà bandita la terza edizione (2019-21). L’importo del premio per un lavoro di ricerca, più che per uno studio già compiuto, peraltro non esiguo (circa trentaduemila euro netti), l’età massima dei concorrenti (32 anni, non a caso) stanno a significare che trattasi di un sostegno, se pure limitato, al dramma lavorativo di molti giovani ricercatori, seppure per un periodo congruo. In tutti i documenti prodotti, nelle relazioni d’accompagnamento delle proposte di legge tra la XVI e XVII Legislatura e negli interventi dei relatori, è stato unanimemente ripetuto ed accettato che il Monumento più duraturo alla Memoria di Giuseppe Di Vagno non può che essere innanzitutto lo studio, previamente valutato da una Giuria composta da docenti di tutt’Italia, assieme al ricordo di un riconoscimento in denaro in una fascia di giovani studiosi, molto spesso in difficoltà di sopravvivere. È poco? Non  lo so; di sicuro è una decisione del Parlamento che non capita tutti i giorni. Il mondo giovanile lo ha accolto con interesse, visto che ciascuna edizione, fino ad oggi, ha registrato non meno di una decina di concorrenti, e da ogni parte d’Italia. Ciò detto, non nego la forte carica emotiva che genera il Monumento: ho vissuto in prima persona la suggestione della recente esperienza del Busto di Sandro Pertini inaugurato qualche giorno fa nel Carcere di Turi; assieme al forte desiderio di ritrovarsi, in una stagione nella quale militanza e passione politica regrediscono vieppiù nei ricordi, solo in qualche caso nel rimpianto, del passato. Se sorgesse oggi un Movimento per il Monumento a Di Vagno credo di poter assicurare, anche a nome di chi verrà dopo di me, il sostegno della Fondazione Di Vagno: ma con la clausola irrinunciabile che le risorse frutto di un’eventuale quanto necessaria raccolta, siano  depositate presso un’istituzione pubblica incaricata di devolverla ad altro scopo analogo e  predefinito, in caso d’insuccesso. Quel che è accaduto, basta e avanza.

 

Gianvito Mastroleo

Presidente Fondazione Di Vagno

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