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Il conversanese Giorgio Alfarano: “a Londra per lavoro e per sperimentare nuove applicazioni”
Giorgio Alfarano

Il conversanese Giorgio Alfarano: “a Londra per lavoro e per sperimentare nuove applicazioni”

Intervista al nostro concittadino Giorgio Alfarano. Passione per l’informatica, creatività, immaginazione, determinazione e voglia di mettersi alla prova, ricominciando da zero, per approdare a Londra

Conversano – Il corso di calligrafia fu uno dei puntini iniziali della straordinaria esperienza di vita e professionale di Steve Jobs. Grazie al corso nacque il Macintosh. Internet c’era già e dopo, grazie alle fervidi menti di ingegneri informatici, tutto si è poi sviluppato, tutto si è interconnesso, barriere “di spazio e di tempo” sono cadute.
In ogni angolo del globo è nata una generazione di creativi ingegneri informatici curiosi e mossi dalla voglia di creare app per rendere più semplice la vita alle persone.
Tra questi tanti giovani ingegneri c’è Giorgio Alfarano, nostro concittadino che vive e lavora a Londra insieme a Mariana, a cui abbiamo rivolto alcune domande sul mondo dell’informatica, sulle esperienze professionali e… di vita.
Giorgio, prima di passare a parlare di ingegneria informatica, raccontaci quale è stato il percorso di vita e professionale sin qui fatto. Diploma in Puglia e poi…
“Dopo essermi diplomato al Liceo Scientifico di Conversano mi sono iscritto ad ingegneria elettronica presso il Politecnico di Bari essendo, l’elettronica, una delle mie passioni fin da adolescente, maturata parallelamente all’informatica, che poi ha preso il sopravvento negli anni successivi. Infatti, la mia prima esperienza professionale in ambito informatico è iniziata con la tesi di laurea in un’azienda romana. Periodo fantastico, stimolante da tutti i punti di vista e che mi ha dato l’opportunità di conoscere alcuni dei miei amici attuali, la città di Roma e di avere il mio primo lavoro. Un paio di anni dopo, ho caricato tutto in macchina e mi sono trasferito a Milano, altra azienda, altra storia. Bella esperienza professionale anche qui, ma Milano, come città e stile di vita, proprio non mi convinceva per usare un eufemismo. Roma è sempre Roma, ho pensato. Ed ho pensato bene, visto che poi son tornato lì e ci sono rimasto altri sette anni per lavorare per un azienda più grande delle precedenti che ha contribuito in maniera significativa ad accrescere la mia esperienza lavorativa come responsabile di vari progetti. Durante gli anni, però, è maturata in me l’idea di uscire fuori dai confini nazionali, sia per mettermi alla prova dal punto di vista lavorativo, sia per l’idea stimolante di ricominciare da zero in un altro posto dove non ti conosce nessuno e quindi tra Amsterdam e Londra alla fine, per un caso, sono finito a Londra insieme a mia moglie. Felici di aver fatto questa scelta sotto tutti i punti di vista”.
Nel suo celebre discorso all’Università di Stanford del 12 giugno 2005 Steve Jobs raccontò che dopo aver mollato gli studi partecipò a un corso di calligrafia e “(..)Fu lì che imparai i caratteri con e senza le ‘grazie’, capii la differenza tra gli spazi che dividono le differenti combinazioni di lettere, compresi che cosa rende grande una stampa tipografica del testo. Ma poi, dieci anni dopo, quando ci trovammo a progettare il primo Macintosh, mi tornò tutto utile. E lo utilizzammo per il Mac. è stato il primo computer dotato di capacità tipografiche evolute. Se non avessi lasciato i corsi ufficiali e non avessi poi partecipato a quel singolo corso, il Mac non avrebbe probabilmente mai avuto la possibilità di gestire caratteri differenti o spaziati in maniera proporzionale. (..) Se non avessi mollato il college, non sarei mai riuscito a frequentare quel corso di calligrafia e i personal computer potrebbero non avere quelle stupende capacità di tipografia che invece hanno. Certamente, all’epoca in cui ero al college era impossibile per me ‘unire i puntini’ guardando il futuro. Ma è diventato molto, molto chiaro dieci anni dopo, quando ho potuto guardare all’indietro. Insomma, non è possibile ‘unire i puntini’ guardando avanti; si può unirli solo dopo, guardandoci all’indietro”.
Vorrei chiederti se ciò che vivi adesso, ciò che hai sin qui realizzato nella tua vita professionale, è l’unione di quali puntini? Di quali situazioni e/o esperienze vissute?
“Ad essere onesti, e chi mi conosce sa che è vero, io sapevo fin da piccolo quello che avrei fatto poi da grande. Non sono il professionista che sono oggi per caso, ho scelto di farlo. E se oggi ho la stessa energia, volontà e determinazione e curiosità di quando avevo 12 anni è perchè il mio lavoro mi piace maledettamente ogni giorno e soprattutto mi diverte. E se il lavoro ti diverte e ti pagano per divertirti allora significa che i “puntini”, in qualche modo, erano messi nel punto giusto.
Sicuramente uno dei puntini iniziali è stato quando ho avuto in regalo, dallo zio americano, il mitico Commodore VIC-20 che credo ancora di avere, smontato in pezzi da qualche parte. Da quel momento in poi gli altri puntini sono venuti da soli, parallelamente e in modo quasi indipendente da tutti gli studi fino alla fine dell’università. L’hobby dell’informatica/elettronica ha prevalso su tutto e alla fine è diventato il mio lavoro. Il futuro, nel mio piccolo, me lo sono immaginato e scritto, ma spero e credo che la parte più bella debba ancora avvenire, non so dove e non so quando ma l’intuito mi dice di si”.
Tra le tante peculiarità degli ingegneri informatici c’è quella di creare app che una volta installate sugli smartphone e ipad facilitano la vita a milioni di persone. Hai mai creato un app? Se sì, quale? Mi spieghi la molla che ti ha spinto a crearla?
“Si, nel mio piccolo ho un progetto che porto avanti nel tempo libero che, libero più non è, visto che l’app richiede sempre più risorse. “Probus Roma” è un’app pensata per rendere fruibili da smartphone, nel modo più semplice ed immediato, alcuni servizi per la mobilità in città come, ad esempio, i tempi di attesa degli autobus alla fermata o il calcolo di un percorso tra due punti della città, capire quali sono le fermate o gli autobus in zona, o ricercare il tragitto di una linea bus specifica. Tre anni fa, essendo sempre stato un assiduo utente dei mezzi pubblici romani, ho realizzato quest’app per me stesso in quanto il sito ufficiale dell’azienda dei trasporti era poco fruibile da uno smartphone. Dall’uso personale alla distribuzione su Google Play (allora Market) il passo è stato breve. Ad oggi l’app Android è una delle più usate a Roma e conta più di 130.000 utenti a cui si affiancano gli oltre 40.000 delle versioni più giovani per iPhone (realizzata da mio fratello Christian) e per Blackberry 10. Insomma, per essere un progetto amatoriale auto finanziato da banner pubblicitari e realizzato con il poco tempo libero che ho a disposizione è sicuramente una cosa gratificante visto il successo riscosso ed è questa la molla che mi spinge a portarlo avanti cercando di aggiungere sempre più valore a quello che già c’è. Ora che sono a Londra ti lascio immaginare quello a cui sto già lavorando: la battaglia è dura ma comunque credo ci sia la possibilità di conquistarsi la fiducia di una fetta di utenti, migliorando e aggiungendo idee al già florido mercato delle app per la mobilità”.
Alcuni ritengono che affidarsi alle app significhi abdicare dalle proprie capacità razionali. La critica che si muove è che prima delle app ci si affidava al ragionamento, all’orientamento quando occorreva trovare una strada mentre adesso un app ci aiuta facilitandoci nell’impresa. Trovi fondata la critica o la ritieni assurda? Ritieni che ci sia una overdose d’uso delle app? Il cervello corre il rischio di atrofizzarsi?
“La critica apre sicuramente uno spunto di riflessione ma non ritengo che si possa addebitare alle app o ad altri strumenti tecnologici l’atrofizzazione del cervello, semmai il contrario, il rischio è quello di stimoli eccessivi. L’uso quotidiano delle app per gli scopi più vari, nella maggior parte dei casi, porta vantaggi come il risparmio di tempo e denaro (ad es. pianifico in tempo reale gli spostamenti in città), l’acquisizione di informazioni (ad es. leggo notizie in tempo reale mentre viaggio in treno), lo svago (ad es. gioco mentre sono in coda alla posta). Ora, forse ha senso porsi le seguenti domande: ma con il tempo e denaro che abbiamo risparmiato grazie alle app cosa ne facciamo? chi ci vieta che non possa essere impiegato per stimolare attivamente il nostro presunto cervello atrofizzato? E le informazioni che abbiamo immagazzinato nei posti più disparati come ci possono aiutare ad organizzare e razionalizzare meglio il nostro tempo? Io ho trovato le risposte per me ma certo, dipende da come ognuno di noi utilizza queste possibilità, non è corretto generalizzare e dire che è tutto oro quello che luccica, ma abbiamo per le mani degli strumenti potentissimi e sarebbe un peccato non utilizzarli al meglio”.
La professione di ingegnere informatico ti ha portato a Londra. Cosa hai trovato di differente, professionalmente parlando, tra l’Italia e l’Inghilterra?
“Voglio precisare che l’idea di andare a vivere a Londra non è partita solo da una scelta professionale ma anche e soprattutto da un’esigenza di cambiamento di vita e da tanta curiosità. Ovviamente hanno influito anche altri fattori come la decadente qualità della vita a Roma e il mercato del lavoro pressoché statico se non nullo e quindi di conseguenza la mancanza di stimoli per una crescita personale e professionale. Per quanto ho potuto constatare il mercato del lavoro a Londra gode di buona salute specie nel campo dell’IT con stipendi in genere superiori alla media e più dignitosi rispetto ad analoga posizione in Italia. La cosa incoraggiante è che se decidi di cambiare lavoro il mercato londinese offre possibilità che il mercato italiano si sogna di avere, ma come controparte è anche vero che per licenziarti basta un preavviso di un mese.
Le possibilità in ambito IT ci sono ma è ovvio che il successo dipende da quello che ognuno sa fare e che quindi offre sul piatto: la concorrenza è tanta e ormai la piazza è satura di professionisti provenienti dai Paesi che non se la passano bene come il nostro. Inoltre, il ricorso alle agenzie di recruiting da parte della maggior parte delle aziende fa si che non sei tu a preoccuparti di cercare lavoro ma sono le stesse agenzie a fare prima da filtro e poi da tramite tra te e le aziende. In Italia, purtroppo, non funziona in questo modo per cui anche canali come LinkedIn hanno una utilità molto limitata”.
Il nostro concittadino Vito Lomele ha avuto una esperienza professionale a te nota. Hai mai pensato di vivere la medesima storia professionale? Magari di viverla in società con lui?
“Si, è abbastanza comune, specie per chi fa il mio mestiere, pensare di poter costruire qualcosa di proprio e di proporre qualcosa di innovativo o alternativo sul mercato. E’ un pensiero ricorrente, e capita spesso nei discorsi tra colleghi o amici di affrontare questo argomento. Quello che il mio amico Vito ha fatto è un chiaro esempio di come unendo passione, intelligenza, duro lavoro e voglia di rischiare si possa rendere concreta un’idea o un’intuizione. Potenzialmente è tutto possibile, combinare una serie di eventi e persone è anche probabile, il fallimento è molto probabile, realisticamente è complicato, non è da tutti, me compreso, ma vale la pena di tentare, di avere un obiettivo e cercare di centrarlo. Per quanto riguarda la possibilità di collaborazione sarebbe fantastico anche se sono dell’idea che amicizia e business in genere non vanno molto d’accordo, tuttavia sono abbastanza aperto a cambiare idea :) ”.
Ad un giovane ragazzo conversanese che vuole studiare ingegneria informatica cosa senti di consigliargli? Quali sono gli aspetti che deve curare per competere in un mondo professionale che immagino siano altamente selettivi?
“Beh, non credo di avere la presunzione di poter dare consigli a nessuno. Penso che il motore delle proprie scelte, se studiare informatica o elettronica o meccanica o qualsiasi altra cosa debba essere la curiosità in quella materia. Senza curiosità non si va da nessuna parte. E senza curiosità, in genere, non si ha neanche la passione e la voglia di migliorare, fare cose nuove ed in ultima analisi essere un bravo professionista. Alla fine ognuno di noi sceglie la propria strada e se ha intuito sceglie quella giusta, non esistono consigli o raccomandazioni per questo. Certo, là fuori, finita l’università, il mercato richiede che per essere competitivi bisogna esibire un ottimo background tecnico, voglia di seguire e sperimentare le evoluzioni delle tecnologie, essere aggiornati sulle news di settore, saper collaborare con gli altri ed essere aperti a lavorare in contesti internazionali, essere pronti a muoversi dalla propria città se possibile.
Oggi abbiamo l’enorme vantaggio di avere Internet: non ci sono barriere né di spazio né di tempo per recuperare qualsivoglia tipo di informazione a livello locale o globale. Qualcuno, ha forse il coraggio di dire che non ci sono possibilità?”.

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